Con il presidenzialismo perdiamo garanzie costituzionali. La riforma del presidenzialismo non rafforza la democrazia, ma rischia di indebolire l’ultimo baluardo di equilibrio e garanzia rappresentato dal Presidente della Repubblica.
Il sistema parlamentare italiano è stato concepito dai Costituenti proprio per evitare concentrazioni di potere. Dopo il fascismo, la Repubblica è stata costruita con contrappesi e bilanciamenti. Quindi Parlamento, Governo, Magistratura e Presidenza della Repubblica.
Il Capo dello Stato, eletto dal Parlamento e non direttamente dal popolo, è stato pensato come figura di garanzia. Infatti non è espressione di una parte, ma dell’intera comunità nazionale.
Indebolire questo ruolo con una riforma presidenzialista significa togliere al sistema un freno essenziale. È come se si smontasse il “freno a mano” di un’automobile: magari non serve tutti i giorni, ma quando la macchina rischia di andare fuori strada, diventa vitale.
Perché ricordare il 2018 oggi
Dal mancato colpo di Stato del M5S al presidenzialismo meloniano. Il 4 marzo 2018 rappresenta una data spartiacque nella storia politica italiana. Il Movimento 5 Stelle, fondato da Beppe Grillo e gestito sul piano organizzativo dalla piattaforma Casaleggio, ottenne il 32,6% dei voti, diventando il primo partito italiano. Un risultato clamoroso, frutto di una campagna elettorale impostata sulla rottura totale con i partiti tradizionali, sulle parole d’ordine del “Vaffa Day”, del “mandarli tutti a casa” e sul rifiuto categorico delle vecchie logiche di potere.
Grillo (con Casaleggio) puntava a scardinare il sistema partitico e a sostituirlo con un movimento “liquido” guidato da una piattaforma privata (Rousseau). Di fatto con pochissimo spazio per mediazioni, alleanze o cooperazione democratica. Era una rivoluzione diretta dall’alto, ma senza basi istituzionali, con il rischio di trasformarsi in una forma di autarchia populista.
Il presidenzialismo concentra il potere, indebolisce la democrazia.
Ed è proprio qui che si innesta l’attualità. Oggi, con la riforma costituzionale proposta dal Governo Meloni sul presidenzialismo, torna il rischio di indebolire uno dei cardini che ha protetto la democrazia italiana nei momenti più difficili: il ruolo del Presidente della Repubblica come garante della Costituzione.
Senza un Presidente super partes la Repubblica è più fragile.
Con il presidenzialismo perdiamo garanzie costituzionali. Con l’elezione diretta del Capo dello Stato si creerebbe infatti una concentrazione di poteri mai vista nella storia repubblicana. Dunque con il riscio di ridurre drasticamente la funzione di equilibrio tra i poteri e trasformando il Presidente in una figura politica di parte. Ciò significherebbe depotenziare il “filtro” costituzionale che, nel 2018 come in altri momenti ancora più tragici, ha impedito che una forza politica maggioritaria potesse piegare le istituzioni al proprio progetto.
In altre parole, se nel 2018 la Repubblica ha retto grazie a Mattarella e alla sua indipendenza, con un sistema presidenzialista quella stessa salvaguardia rischierebbe di non esserci più.










