a cura di Domenico Esposito
La qualità della vita a Napoli tra slogan, priorità, proposte e risultati. La visione di Manfredi e le domande a cui chiediamo risposte, anche con in incontri e interviste se possibile.
L’amministrazione Manfredi rivendica interventi concreti su quattro fronti: risanamento dei conti con il Patto per Napoli, investimenti PNRR 2021–2026, manutenzione stradale e cantieri, e misure di sviluppo/inclusione come “NEXT Napoli”. È una linea soprattutto di programmazione e cantierizzazione, che però non si traduce automaticamente in un miglioramento immediato della vita quotidiana, anche per l’impatto dell’inflazione e per risorse pubbliche sempre più orientate al riarmo.
La priorità è stabilire che cosa conta davvero per il benessere quotidiano, come lo si misura e con quali priorità si governa. La foto scattata all’inizio del suo mandato, che ci ritrae insieme con una copia del giornale dell’Accademia Italiana Qualità della Vita, è stata per noi una promessa d’impegno verso un progetto di crescita della qualità della vita: oggi la domanda è se quella promessa si sia trasformata in azioni e risultati concreti per i cittadini.
Napoli fanalino di coda nelle classifiche; un dato che pesa
Le classifiche non esauriscono la complessità di una città, nel senso che non bastano da sole a spiegare una realtà urbana complessa; non includono tutte le variabili, hanno limiti metodologici e temporali, e quindi non possono essere l’unico metro di giudizio. Ma quando un territorio resta stabilmente in coda, il segnale diventa strutturale. Nell’indagine “Qualità della vita” del Sole 24 Ore, Napoli risulta 104ª su 107 province nell’edizione 2025. Queste classifiche ci pongono inevitabilmente delle domande. Se la direzione dichiarata è il benessere, perché la fotografia complessiva resta così negativa? E perché, soprattutto, molti cittadini non percepiscono un cambio di passo nella vita ordinaria?
Due idee diverse di benessere
Esistono due modi di intendere la qualità della vita. Il primo è “superficiale”: tende a coincidere con immagine, attrattività, la cosiddetta politica dei grandi eventi e progetti. Il secondo è “strutturale”: parte da ciò che rende vivibile la città ogni giorno, soprattutto per chi non ha strumenti per “compensare” i disservizi (tempo, reddito, reti, mobilità privata). È la città che funziona nei dettagli: manutenzione, pulizia, sicurezza della quotidianità, cura del verde, accessibilità dei servizi, ascolto sociale, attenzione ai quartieri, politiche culturali che non siano solo vetrina ma infrastruttura.
E qui nasce una sensazione che molti napoletani condividono e che io stesso ho provato più volte:
Più volte ho avuto la sensazione di un Sindaco ingegnere con un casco in testa vicino alle grandi opere, ma poco vicino alla quotidianità sociale di noi cittadini e ai quartieri.
Un Assessorato alla Qualità della Vita, tesi che sostengo da tempo ed espressa più volte anche in trasmissioni televisive, può riequilibrare questa distanza, riportando il baricentro dall’eccezionale al quotidiano, dalla narrazione dei grandi interventi alla gestione regolare e misurabile della vita reale.
A questa impressione se ne collega un’altra, altrettanto diffusa e non liquidabile: la percezione che l’agenda del Sindaco comunichi più facilmente con gli interessi organizzati e con i tavoli “alti” che con la città minuta—i cittadini, i comitati, le accademie, le realtà civiche, i territori. È la cifra di un approccio tecnico: dialogo efficace con le strutture di potere e con i processi, meno naturale con la vita sociale quotidiana. Ma una città come Napoli non si governa solo con i progetti: si governa con presenza, ascolto, manutenzione e cura continua.
Non è una critica personale: è una questione di modello di governo. Napoli non può migliorare solo “per grandi progetti”: ha bisogno di una macchina ordinaria che funzioni ogni giorno e in ogni quartiere.
Il punto, allora, non è solo “cosa si fa”, ma come si governa la relazione con la città reale. Perché quando il cittadino si sente trattato come un problema, smette di essere parte della soluzione. E senza cittadini attivi—segnalazioni tracciate, cura condivisa, comunità culturali valorizzate—Napoli perde un capitale operativo enorme: quello della partecipazione. Ecco perché un Assessorato alla Qualità della Vita e una cabina di regia possono riequilibrare: trasformano la relazione Comune–cittadini da conflitto intermittente a collaborazione misurabile, con responsabilità e risultati verificabili.
L’indicatore più semplice: le strade
Se devo scegliere un esempio concreto di scarsa cura della qualità della vita, parto dalle strade. Non perché sia l’unico problema, ma perché è il più quotidiano e misurabile. Il cittadino non “sente” la qualità della vita nelle conferenze stampa: la sente quando esce di casa e trova sicurezza e manutenzione, o trova dissesto e precarietà.
Buche, avvallamenti, si rifà una strada e poco dopo viene tagliata da lavori delle utility, con rappezzi che non reggono, segnaletica insufficiente e ripristini non duraturi non sono dettagli estetici: sono rischio, incidenti, danni economici, stress e sfiducia. È la dimensione in cui la politica smette di essere promessa e diventa amministrazione reale. E quando l’ordinario è debole, ogni progetto straordinario appare lontano.
Il cittadino misura pulizia, sicurezza, verde e ascolto
Le strade sono un caso emblematico, ma non l’unico. La qualità della vita, per chi vive Napoli ogni giorno, si percepisce anche in:
- Pulizia e decoro: continuità, non episodicità.
- Sicurezza della quotidianità: vivibilità degli spazi, prevenzione, illuminazione, gestione del rischio urbano.
- Cura del verde: manutenzione ordinaria, presidio, accessibilità, valorizzazione.
- Attenzione sociale ai problemi: presenza istituzionale nei quartieri, ascolto operativo, tempi di risposta.
- Cultura come motore di sviluppo: non solo grandi eventi, ma programmi che tutelano e incentivano la produzione culturale locale, dando spazio ai tanti artisti del territorio.
- Sviluppo territoriale: affrontare i nodi che frenano lavoro, innovazione diffusa, coesione, opportunità.
Molti operatori e residenti descrivono la mancanza di ascolto con parole nette: alcuni territori appaiono semplicemente abbandonati. Non nel senso retorico del termine, ma in quello operativo: mancano presidi costanti, manca accompagnamento, mancano strumenti che aiutino cittadini e attività economiche a non rimanere soli davanti a problemi che, da soli, non possono risolvere. In diversi quartieri la percezione è che il tessuto produttivo—piccole imprese, commercio, artigianato, lavoro diffuso—sia lasciato a gestire difficoltà strutturali senza un supporto amministrativo adeguato, come se la resilienza del territorio dovesse sostituire l’azione di governo.
Questo punto non riguarda solo “più risorse”, ma strutture politiche e amministrative adeguate: una regia capace di leggere i bisogni quartiere per quartiere, trasformare le segnalazioni in piani, creare canali stabili di ascolto e risposta.
Zona Ospedaliera e Parco delle Colline: sindaco assente
Un esempio per me emblematico è la Zona Ospedaliera, spesso congestionata dal traffico, dove da decenni si annunciano senza attuarle soluzioni infrastrutturali come nuovi raccordi di immissione in tangenziale. Poi c’è l’area del Parco Metropolitano delle Colline di Napoli, un altro esempio di eclatante abbandono e sottoutilizzo di un potenziale enorme: un patrimonio ambientale che dovrebbe essere uno dei pilastri della qualità della vita urbana, soprattutto in una città densa come Napoli.
Qui non serve la polemica: serve la presenza. Personalmente, non ho ancora visto il sindaco venire sul posto a “mettere le scarpe sul territorio” e affrontare pubblicamente criticità e priorità con un cronoprogramma verificabile. È su questi gesti che si costruisce la credibilità del benessere: non con l’enunciazione di principio, ma con la pratica amministrativa visibile.
Il tema istituzionale: ascolto e interlocuzione
C’è poi un punto che mi riguarda direttamente, ma che ha un significato generale: la relazione tra istituzioni e corpi intermedi. Da mesi chiediamo un confronto con il sindaco e, a quanto mi risulta, siamo stati rimandati a un colloquio con la vicesindaca (Laura Lieto), incontro che però non è mai avvenuto.
Non è una questione personale. È una questione di metodo: se la qualità della vita è una priorità, perché non valorizzare interlocuzioni qualificate e strutturate con realtà che studiano e promuovono il benessere come architettura di sistema?
Leggi anche: Analisi dell’impatto delle politiche regionali sulla Qualità della Vita in Campania
(Nota: In uscita a breve il mio prossimo libro che tratta di sviluppo e crescita applicata su Napoli)
La debolezza principale: manca la regia
È esattamente qui che vedo la principale debolezza: la Qualità della Vita viene evocata, ma non è ancora organizzata come potere di coordinamento. Per questo ho chiesto più volte una cabina di regia e un assessorato ad hoc: perché se non esiste un centro che governa priorità, tempi, standard minimi e controllo dei risultati, l’azione amministrativa resta dispersa. E quando l’ordinario non funziona — strade, sicurezza della quotidianità, manutenzione — la promessa di benessere resta una formula.
Cabina di regia e Assessorato ad hoc: si potrebbe iniziare da qui
Poche cose per riequilibrare l’azione di governo funzionale al benessere; la proposta è semplice e, soprattutto, verificabile:
- Un mandato trasversale sulla qualità della vita: coordinare manutenzione, pulizia, mobilità, sicurezza urbana, verde, servizi, cultura e sviluppo.
- Standard minimi pubblici: tempi di intervento, livelli di servizio per quartiere, priorità per aree sensibili (scuole, ospedali, trasporto pubblico).
- Cruscotto mensile con pochi indicatori comprensibili: tempi medi di ripristino buche, segnalazioni chiuse/aperte, km manutenzionati, interventi sul verde, pulizia per area, iniziative culturali territoriali con ricadute reali.
- Responsabilità e verifica: chi decide, chi esegue, chi controlla, cosa si corregge.
Senza queste leve, la qualità della vita resta un discorso; con queste leve, diventa un programma governabile.
Conclusione: meno narrazione, più misurazione
Questo articolo non è un “processo” al sindaco. È una richiesta di rigore amministrativo. Se la qualità della vita è l’asse strategico, allora deve diventare una funzione di governo: presenza nei territori, manutenzione ordinaria efficace, ascolto sociale, cura del verde, programmi culturali diffusi e una strategia di sviluppo che riduca il divario tra potenziale e realtà.
La qualità della vita non si dichiara: si costruisce e si misura. Se non la vediamo ancora, la domanda non è retorica. È amministrativa: perché?
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