Di Domenico Esposito Ideologo della Qualità della Vita I Responsabilità e Reciprocità
Non esiste soltanto ciò che gli altri devono a noi: esiste anche ciò che noi dobbiamo agli altri
Viviamo in una società che ci invita continuamente a cercare ciò che ci piace, a realizzare i nostri desideri e a difendere la nostra libertà personale. È una conquista importante, ma rischia di diventare incompleta quando dimentica una domanda fondamentale: che cosa dobbiamo noi agli altri?
Una delle frasi più conosciute del Padre Nostro recita: «Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori». Al di là della dimensione religiosa, queste parole contengono un principio sociale di grande attualità: nessuno vive soltanto dalla parte del credito.
Non esiste soltanto ciò che gli altri devono a noi. Occorre considerare anche ciò che noi dobbiamo agli altri, alla famiglia, alla comunità, alla società e alle generazioni che verranno dopo di noi.
Una società sempre più concentrata sui diritti
Negli ultimi decenni abbiamo giustamente sviluppato una maggiore consapevolezza dei diritti individuali. Chiediamo rispetto, sicurezza, servizi efficienti, opportunità, tutela della salute, istruzione, lavoro e libertà.
Il problema nasce quando questa consapevolezza non è accompagnata da un analogo senso della responsabilità.
Sappiamo con precisione ciò che pretendiamo dagli altri, dalle istituzioni e dalla società. Più raramente ci chiediamo quale contributo siamo disposti a offrire perché quegli stessi diritti possano essere garantiti anche agli altri.
Una comunità, però, non può funzionare se tutti si considerano creditori e nessuno si percepisce anche come debitore. La convivenza richiede reciprocità.
Essere felici significa davvero fare ciò che ci piace?
Una parte della cultura contemporanea tende a identificare la felicità con la piena soddisfazione dei desideri personali: fare ciò che ci piace, evitare ciò che ci pesa, allontanare tutto ciò che limita la nostra realizzazione.
Ma la vita sociale è inevitabilmente più complessa, perché ogni nostra scelta produce conseguenze sugli altri.
Un genitore che rinuncia a una parte del proprio tempo per occuparsi di un figlio non sta necessariamente rinunciando alla felicità. Mantenere una promessa anche quando sarebbe più conveniente infrangerla non rende una persona necessariamente meno libera. Dedicare tempo e risorse alla propria comunità può, inoltre, generare una forma di soddisfazione più profonda di quella legata alla semplice gratificazione immediata.
Questo significa che piacere, felicità e qualità della vita non sono necessariamente la stessa cosa.
Il piacere rappresenta una componente importante del benessere, ma non può essere l’unico criterio con cui valutiamo la qualità della nostra esistenza.
Libertà e responsabilità non sono opposte
La libertà autentica non consiste semplicemente nel poter fare ciò che desideriamo. Comprende anche la capacità di valutare le conseguenze delle nostre azioni e di assumersene la responsabilità.
Quando il nostro benessere viene perseguito ignorando completamente quello degli altri, la libertà rischia di trasformarsi in individualismo.
L’individualismo esasperato può contribuire ad alcune delle fragilità che osserviamo nelle società contemporanee: relazioni più deboli, minore fiducia, maggiore conflittualità, isolamento e perdita del senso di appartenenza.
La qualità della vita individuale dipende invece anche dalla qualità dell’ambiente umano nel quale viviamo. Conta la possibilità di avere persone su cui fare affidamento nei momenti di difficoltà, così come incidono la fiducia tra cittadini, la sicurezza delle comunità, la capacità di collaborare e il sentirsi parte di qualcosa.
Il significato sociale del “debito”
La parola “debito” non deve essere interpretata soltanto in termini economici.
Esistono anche debiti morali e sociali.
Riceviamo qualcosa dalla nostra famiglia, dalla scuola, dalle istituzioni e dalla comunità nella quale siamo cresciuti. Utilizziamo infrastrutture costruite da generazioni precedenti e beneficiamo di conoscenze accumulate nel corso dei secoli. Abitiamo, inoltre, territori che non appartengono esclusivamente a noi, ma anche a chi verrà dopo.
In questo senso ogni individuo è contemporaneamente creditore e debitore.
Possiede diritti, ma assume anche responsabilità. Riceve dalla comunità e, a sua volta, è chiamato a restituire. Può chiedere solidarietà, ma deve essere disposto a offrirla. Pretende rispetto e, nello stesso tempo, è tenuto a rispettare gli altri.
È questo equilibrio che rende possibile una società.
La reciprocità come fondamento della comunità
La seconda parte della frase del Padre Nostro è probabilmente ancora più significativa: «come noi li rimettiamo ai nostri debitori».
Il principio che emerge è quello della reciprocità.
Chiedere comprensione implica essere capaci di comprendere. Domandare perdono comporta anche la disponibilità a perdonare. Pretendere responsabilità dagli altri significa, allo stesso tempo, assumersi la propria.
Naturalmente tutto questo non vuol dire rinunciare alla giustizia o cancellare le responsabilità individuali.
Una comunità sana ha bisogno di regole, deve riconoscere gli errori e responsabilizzare chi produce un danno. Allo stesso tempo, deve consentire alle persone di correggere i propri comportamenti e ricostruire le relazioni.
Una società nella quale ogni errore produce un debito permanente rischia di diventare una società incapace di riconciliarsi.
Diritti e doveri devono tornare insieme
Uno dei problemi del nostro tempo è probabilmente quello di aver separato progressivamente i diritti dai doveri.
I diritti rappresentano una conquista fondamentale della civiltà, ma possono esistere soltanto se qualcuno si assume la responsabilità di renderli concretamente possibili.
Il diritto alla salute richiede medici, infermieri, strutture e risorse. Quello all’istruzione necessita di insegnanti, famiglie responsabili e istituzioni efficienti. La sicurezza presuppone rispetto delle regole e collaborazione tra cittadini e istituzioni. Vivere in un territorio migliore richiede anche persone disposte a rispettarlo e a prendersene cura.
Non possiamo quindi costruire una società soltanto sulla domanda: «Che cosa mi spetta?»
Dobbiamo recuperare anche l’altra:
«Qual è la mia responsabilità?»
Una diversa idea di felicità
Forse è arrivato il momento di superare una concezione troppo semplice della felicità.
Essere felici non significa necessariamente fare sempre ciò che ci piace. Vuol dire, piuttosto, riuscire a costruire un equilibrio tra ciò che desideriamo, ciò di cui abbiamo bisogno, le responsabilità che assumiamo e le relazioni che rendono possibile la nostra vita.
La qualità della vita nasce proprio da questo equilibrio.
Non da una società nella quale il dovere annulla la libertà, ma neppure da un modello nel quale il desiderio individuale cancella ogni responsabilità.
Una comunità sana deve riuscire a tenere insieme libertà e responsabilità, diritti e doveri, individuo e comunità, benessere personale e benessere collettivo.
In fondo, la domanda che dovremmo porci non è soltanto:
«Che cosa devono gli altri a me?»
Occorre avere il coraggio di aggiungerne un’altra:
«Che cosa devo io agli altri perché anche loro possano vivere meglio?»
Forse è proprio da questa domanda che può ricominciare una società capace di migliorare realmente la propria qualità della vita.
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