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Baby gang: un rischio in aumento. La crisi educativa e il ruolo della scuola nella prevenzione della violenza giovanile

Dai dati sulla criminalità minorile emerge una crescita preoccupante di alcune forme di violenza. Famiglie, insegnanti e istituzioni sono chiamati a recuperare il proprio ruolo educativo. La proposta di Domenico Esposito: insegnare ai giovani la fisiologia del benessere e sviluppare una coscienza più strutturata.

di Domenico Esposito | 16 ottobre 2026

Criminalità minorile, i dati confermano segnali preoccupanti

Il fenomeno delle baby gang torna al centro dell’attenzione pubblica, alimentando interrogativi sulla sicurezza, sull’educazione dei giovani e sulle responsabilità della società contemporanea. Aggressioni, rapine, episodi di violenza tra adolescenti e diffusione di armi da taglio rappresentano segnali che non possono essere affrontati esclusivamente attraverso misure repressive.

I dati più recenti confermano la necessità di approfondire il problema. Secondo l’Indice della criminalità del Sole 24 Ore, diffuso il 12 ottobre 2026, nel 2025 le segnalazioni relative a minorenni denunciati o arrestati in Italia hanno raggiunto quota 39.600, rispetto alle 38.247 del 2024. Il confronto con il 2019 evidenzia un incremento del 34%.

Il dato assume particolare significato considerando che, nello stesso periodo, il numero complessivo dei delitti denunciati in Italia è diminuito dell’1,8% rispetto al 2024.

Un andamento che richiede attenzione, pur ricordando che le segnalazioni di polizia non corrispondono automaticamente al numero di singoli responsabili né dimostrano, da sole, un aumento uniforme di tutte le forme di criminalità minorile.

Anche il rapporto Dis(armati) di Save the Children, pubblicato nel marzo 2026, evidenzia una crescita di alcune tipologie di reato violento tra i minorenni. Nel 2024 le segnalazioni relative ai ragazzi tra 14 e 17 anni hanno raggiunto 3.968 casi per rapina, 4.653 per lesioni personali e 1.021 per rissa, con incrementi significativi rispetto al 2014.

Particolarmente preoccupante è la diffusione delle armi: i minorenni segnalati per porto abusivo di armi o oggetti atti a offendere sono passati da 778 nel 2019 a 1.946 nel 2024.

Questi numeri non raccontano soltanto un problema di ordine pubblico. Sollecitano una riflessione più profonda sulla formazione delle nuove generazioni e sulla capacità degli adulti di accompagnarle nel percorso verso la maturità.

La crisi dei ruoli: quando genitori e insegnanti perdono autorevolezza

Per comprendere alcune manifestazioni del disagio giovanile dobbiamo interrogarci su un cambiamento che riguarda direttamente il rapporto tra adulti e adolescenti: il progressivo indebolimento dei ruoli educativi.

In molte famiglie si è affermata una relazione nella quale il genitore cerca soprattutto di essere compreso e accettato dal figlio, talvolta rinunciando alla responsabilità di stabilire limiti e regole.

Anche nella scuola l’autorevolezza dell’insegnante può essere messa in discussione, quando il rapporto educativo viene confuso con una relazione tra soggetti che possiedono già lo stesso grado di maturità e responsabilità.

Non significa che in passato tutto funzionasse meglio. Modelli eccessivamente autoritari hanno spesso impedito il dialogo e la libera espressione dei giovani. Tuttavia, il superamento dell’autoritarismo non dovrebbe comportare la rinuncia all’autorevolezza.

Un genitore deve avere il coraggio di dire di no, anche quando questo significa non risultare simpatico al proprio figlio.

Educare non vuol dire ottenere continuamente consenso, ma offrire punti di riferimento stabili, spiegare le ragioni delle regole e insegnare a riconoscere le conseguenze dei comportamenti.

Un insegnante, allo stesso modo, deve poter esercitare la propria funzione educativa con competenza, equilibrio e autorevolezza, sostenuto dalle famiglie e dalle istituzioni.

La severità, quando è proporzionata e accompagnata dal rispetto, può avere una funzione educativa. Non deve diventare intimidazione, ma rappresentare la capacità dell’adulto di assumersi responsabilità anche di fronte al dissenso.

Il problema, dunque, non è tornare semplicemente alle regole del passato, bensì recuperare il significato dei ruoli all’interno di una società profondamente cambiata.

Baby gang e bisogno di appartenenza: il rischio di una personalità fragile

Durante l’adolescenza la ricerca di identità e di riconoscimento sociale assume un ruolo particolarmente importante. Il gruppo dei coetanei diventa uno spazio nel quale il giovane sperimenta autonomia, appartenenza e confronto.

In alcune circostanze, però, il desiderio di essere accettati può trasformarsi in dipendenza dal giudizio degli altri. La necessità di dimostrare coraggio, forza o superiorità può favorire comportamenti aggressivi, soprattutto quando mancano adeguate capacità di autoregolazione e riferimenti educativi.

Le cosiddette baby gang non costituiscono un fenomeno omogeneo. Accanto a gruppi coinvolti stabilmente in attività criminali esistono aggregazioni occasionali nelle quali la violenza si manifesta attraverso dinamiche di emulazione, competizione e ricerca di visibilità.

Alla base possono concorrere condizioni differenti: fragilità relazionali, esperienze di esclusione, modelli comportamentali violenti, difficoltà familiari e carenza di opportunità educative.

Non tutti gli adolescenti che vivono situazioni di disagio diventano violenti. Sarebbe scorretto stabilire un rapporto automatico tra fragilità personale e criminalità.

Occorre però chiedersi quanto la capacità individuale di valutare criticamente le proprie azioni possa rappresentare un fattore protettivo rispetto alle pressioni del gruppo.

È proprio su questo aspetto che ritengo necessario concentrare una parte importante dell’educazione.

Smartphone, social network e dipendenza dalla gratificazione immediata

La crescita delle nuove generazioni avviene oggi in un ambiente caratterizzato dalla presenza continua delle tecnologie digitali.

Gli smartphone sono diventati strumenti di comunicazione, apprendimento e intrattenimento, ma il loro utilizzo non sempre viene accompagnato da un’adeguata educazione alla gestione del tempo, delle emozioni e delle relazioni.

L’adolescente può essere particolarmente sensibile al riconoscimento sociale e alla ricompensa immediata. In determinati contesti, la ricerca di approvazione attraverso visualizzazioni, commenti e condivisioni rischia di incentivare comportamenti provocatori.

Quando un’aggressione viene filmata e diffusa sui social network, alla violenza fisica si aggiunge una dimensione pubblica di umiliazione della vittima. Il gesto può trasformarsi in uno strumento di affermazione individuale o collettiva.

Non possiamo attribuire alle tecnologie la responsabilità esclusiva di queste condotte. Il loro impatto dipende dalle modalità d’impiego, dai contenuti, dall’ambiente familiare e dalle caratteristiche individuali.

Resta tuttavia fondamentale una distinzione: un adolescente non può essere considerato un adulto in miniatura.

Le capacità di controllo degli impulsi, pianificazione e valutazione delle conseguenze si sviluppano progressivamente. Per questo motivo l’accesso agli strumenti digitali dovrebbe essere accompagnato da regole adeguate all’età e da un percorso graduale verso l’autonomia.

I genitori, inoltre, devono essere consapevoli del valore dell’esempio. Non possiamo chiedere ai figli di limitare l’utilizzo dello smartphone se siamo i primi a trascorrere gran parte del tempo assorbiti dagli schermi.

La coscienza strutturata e il modello dell’Ideologia della Qualità della Vita

Nelle mie ricerche sull’Ideologia della Qualità della Vita sostengo da anni che il benessere individuale non possa essere valutato esclusivamente attraverso le condizioni economiche e materiali.

Assume un’importanza fondamentale anche la capacità della persona di comprendere la realtà, interpretare correttamente le esperienze e orientare consapevolmente i propri comportamenti.

Questo principio trova una rappresentazione nel modello teorico della qualità della vita attraverso la formula:

QDV = (SL × K) / R

Nella quale SL identifica gli stili di vita, K rappresenta il fattore di resilienza e di strutturazione della coscienza, mentre R comprende i fattori di rischio.

Il fattore K assume un significato particolarmente importante nell’educazione giovanile.

Una coscienza maggiormente strutturata consente all’individuo di sviluppare capacità di analisi, confronto con la realtà, riconoscimento dei propri limiti e valutazione delle conseguenze delle decisioni.

La persona impara progressivamente a distinguere un bisogno autentico da un impulso momentaneo, una relazione positiva da un condizionamento e una scelta responsabile da un comportamento dettato dalla ricerca di approvazione.

In questa prospettiva, un giovane dotato di maggiori strumenti cognitivi ed emotivi può risultare più preparato ad affrontare le pressioni sociali, senza dipendere continuamente dal giudizio dei coetanei.

Naturalmente, la formula rappresenta un modello interpretativo. La sua utilità teorica consiste nell’indicare tre dimensioni sulle quali costruire possibili interventi educativi: miglioramento degli stili di vita, rafforzamento della consapevolezza personale e riduzione dei fattori di rischio.

Insegnare la fisiologia del benessere: una proposta per la scuola

Per prevenire il disagio giovanile non basta spiegare ai ragazzi quali comportamenti siano vietati. Dobbiamo aiutarli a comprendere come funziona il proprio organismo e quali meccanismi influenzano emozioni, decisioni e comportamenti.

Ritengo quindi necessario introdurre nei percorsi scolastici un insegnamento trasversale dedicato alla fisiologia del benessere, integrato con le conoscenze biologiche, psicologiche ed educative già disponibili.

I giovani dovrebbero apprendere come funzionano i processi dell’attenzione, della motivazione, dello stress e della regolazione emotiva.

Comprendere il ruolo del sonno, dell’attività fisica, delle relazioni sociali e delle abitudini quotidiane significa acquisire strumenti concreti per migliorare la propria qualità della vita.

Anche la conoscenza dei meccanismi della gratificazione e dei comportamenti compulsivi potrebbe contribuire a sviluppare un rapporto più consapevole con le tecnologie e a riconoscere precocemente situazioni problematiche.

Non si tratta di trasformare gli studenti in esperti di neuroscienze, ma di fornire conoscenze accessibili e scientificamente fondate che possano essere applicate nella vita quotidiana.

Accanto alla formazione teorica dovrebbero trovare maggiore spazio attività sportive, musicali, artistiche e culturali.

Lo sport insegna il rispetto delle regole, la gestione delle sconfitte e il valore dell’impegno. La musica e il teatro possono favorire l’espressione emotiva, la creatività e la collaborazione.

Queste esperienze non rappresentano automaticamente una soluzione alla violenza giovanile, ma possono contribuire a costruire ambienti relazionali positivi e opportunità di crescita.

La scuola dovrebbe insegnare non soltanto ciò che dobbiamo conoscere, ma anche come utilizzare le nostre conoscenze per vivere meglio.

La responsabilità del territorio e delle istituzioni

Esiste un’altra dimensione che non possiamo trascurare: la qualità dell’ambiente nel quale i giovani crescono.

La famiglia e la scuola svolgono funzioni essenziali, ma non operano indipendentemente dal contesto sociale.

Un territorio caratterizzato da carenza di servizi, scarse opportunità culturali, assenza di impianti sportivi accessibili e limitate prospettive di partecipazione può rendere più difficile la costruzione di percorsi educativi positivi.

Sarebbe però un errore associare automaticamente le condizioni di disagio economico o territoriale alla criminalità. La maggioranza dei giovani che vive in contesti difficili non partecipa ad attività violente.

L’obiettivo delle politiche pubbliche dovrebbe essere quello di ampliare le opportunità, rafforzare le reti educative e intervenire tempestivamente sulle situazioni di vulnerabilità.

Questo principio richiama le riforme strutturali paesaggistiche e territoriali che propongo attraverso l’Ideologia della Qualità della Vita: una governance capace di intervenire sulle condizioni concrete dell’ambiente, considerando la relazione tra organizzazione territoriale e benessere individuale.

La prevenzione delle baby gang richiede quindi un impegno coordinato tra istituzioni scolastiche, amministrazioni locali, servizi sociali, famiglie, associazioni e realtà culturali.

Occorrono spazi sicuri, luoghi di aggregazione, progetti di educazione permanente e attività capaci di coinvolgere i ragazzi prima che il disagio si trasformi in isolamento o violenza.

Sicurezza e prevenzione devono procedere insieme

Di fronte alle aggressioni e ai reati commessi da minorenni è indispensabile garantire la tutela delle vittime, il rispetto della legge e interventi tempestivi da parte delle autorità competenti.

La prevenzione non può essere utilizzata come giustificazione per minimizzare le responsabilità individuali.

Allo stesso tempo, una strategia fondata esclusivamente sulle sanzioni rischia di intervenire quando i comportamenti violenti si sono già manifestati.

Una società lungimirante deve essere capace di proteggere i cittadini e, contemporaneamente, affrontare le condizioni che possono favorire il disagio giovanile.

Serve una nuova alleanza educativa nella quale i genitori recuperino il proprio ruolo, gli insegnanti possano esercitare autorevolmente la loro professione e le istituzioni investano nella formazione della persona.

Dobbiamo tornare ad avere il coraggio di stabilire limiti, spiegare regole e assumere decisioni educative anche quando risultano impopolari.

Soprattutto, occorre comprendere che l’educazione alla responsabilità non nasce dall’imposizione fine a se stessa, ma dalla progressiva capacità del giovane di riconoscere il valore delle proprie scelte.

La qualità della vita come investimento sulle nuove generazioni

La crescita delle segnalazioni relative alla criminalità minorile rappresenta un segnale che non possiamo ignorare. Ma sarebbe riduttivo leggere il fenomeno delle baby gang soltanto attraverso le statistiche dei reati.

La questione riguarda anche la società che stiamo costruendo, i modelli di comportamento che trasmettiamo e gli strumenti che offriamo ai giovani per affrontare le difficoltà.

Dobbiamo recuperare l’autorevolezza degli adulti senza rinunciare al dialogo, valorizzare la scuola senza delegarle ogni responsabilità e utilizzare le tecnologie senza diventarne dipendenti.

L’educazione alla qualità della vita può rappresentare un ambito di ricerca e sperimentazione per sviluppare una maggiore consapevolezza individuale, rafforzare le capacità di giudizio e promuovere comportamenti responsabili.

Il vero obiettivo non dovrebbe essere soltanto quello di avere ragazzi che rispettino le regole per paura delle conseguenze, ma giovani capaci di comprenderne il significato.

Perché una società che vuole contrastare davvero la violenza giovanile deve prima di tutto investire nella formazione della coscienza, nella qualità delle relazioni e nella capacità delle nuove generazioni di costruire il proprio futuro.

Fonti giornalistiche e istituzionali

I dati inseriti nell’articolo sono sostenuti dalle seguenti pubblicazioni:

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