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Di Domenico Esposito

Nei giardini dell’Accademia Italiana Qualità della Vita si passa dalla pratica alla teoria e viceversa: la resilienza si impara facendo. Quindi stili di vita salutari e riduzione dei rischi.

Riconoscere un rischio, confrontarsi sulle soluzioni e collaborare per migliorare l’ambiente comune: nelle attività dell’Accademia Italiana Qualità della Vita, anche un semplice problema diventa un’esperienza di partecipazione e responsabilità.

A che cosa può servire una buca nel terreno? Rappresenta un pericolo? Chi dovrebbe occuparsene? Da domande apparentemente semplici può nascere un percorso educativo che coinvolge bambini, adulti e anziani, aiutandoli a riflettere sul rapporto tra comportamento individuale, cooperazione e benessere collettivo.

È questo uno degli esempi del metodo pratico proposto nei giardini dell’Accademia Italiana Qualità della Vita, nell’ambito delle Giornate della resilienza e della felicità. Gli incontri offrono occasioni per stare insieme e vivere esperienze sensoriali, ma anche per esercitare l’osservazione, il ragionamento e la capacità di affrontare i problemi dell’ambiente condiviso.

Dall’osservazione alla responsabilità

L’attività parte da una situazione concreta: una buca, proposta come esempio didattico in condizioni controllate, senza esporre i partecipanti a un pericolo.

«Che cosa rappresenta per ciascuno di noi e per il gruppo?» è la prima domanda. Le risposte permettono di esplorare diversi punti di vista: qualcuno riconosce subito il rischio di cadere, altri pensano alle difficoltà che potrebbe incontrare una persona anziana o un bambino distratto.

Riconoscere il problema conduce alla domanda successiva: «Che cosa possiamo fare?».

Allontanarsi costituisce una prima forma di protezione personale. Segnalare la buca aggiunge un’attenzione verso gli altri, perché consente anche a chi arriverà dopo di accorgersi del pericolo. Proporre una soluzione introduce un ulteriore passaggio: assumersi una parte di responsabilità nel miglioramento dello spazio comune.

La progressione educativa va dalla percezione del rischio alla protezione, fino alla ricerca di una risposta condivisa. Ogni passaggio aiuta a comprendere che le nostre decisioni possono produrre conseguenze anche sulla vita altrui.

Il gruppo come risorsa per trovare una soluzione

A questo punto il confronto diventa operativo. Quali materiali servirebbero? Quali competenze occorrerebbero? Chi potrebbe intervenire e in quali condizioni?

Qualcuno mostra maggiore facilità nell’immaginare una soluzione; un altro sa organizzare le diverse fasi; altri ancora individuano un ostacolo che il gruppo non aveva considerato. Anche chiedere aiuto a una persona competente può essere la risposta più appropriata.

La partecipazione viene adattata all’età e alle capacità di ciascuno. Un bambino può contribuire con un’osservazione o un disegno, mentre gli interventi materiali spettano ad adulti competenti, con strumenti adeguati e nelle necessarie condizioni di sicurezza.

Il valore dell’esperienza risiede nel percorso che porta a capire il problema, valutare le possibilità e distribuire i compiti. Attraverso questo esercizio, il gruppo scopre che cooperare richiede ascolto, organizzazione e rispetto dei limiti.

Il fattore K nella pratica quotidiana

Nella proposta dell’Ideologia della Qualità della Vita, questa esperienza offre una lettura concreta del fattore K, associato alle capacità di adattamento e resilienza e alla costruzione di una coscienza strutturata.

Accorgersi di una difficoltà, comprenderne le conseguenze, gestire la propria reazione e collaborare alla soluzione sono capacità che possono essere esercitate nella quotidianità. Il problema diventa così un’occasione per mettere in relazione pensiero, emozioni e comportamento.

La resilienza comprende, in questa prospettiva, anche la possibilità di intervenire sulle condizioni che generano una difficoltà. Quando un rischio può essere ridotto o rimosso, l’adattamento assume una dimensione attiva: osservare, scegliere e contribuire al cambiamento.

L’esempio richiama il rapporto tra stili di vita, capacità personali e rischi espresso dal modello dell’Accademia, QDV = (SL × K) / R. Il collegamento ha una funzione educativa e interpretativa: rende visibile come comportamenti cooperativi e capacità di affrontare i problemi possano contribuire a migliorare le condizioni di vita.

Dai cinque sensi alla relazione con gli altri

Accanto a questi esercizi trovano spazio le attività dedicate ai cinque sensi. Colori, profumi, suoni, consistenze ed esperienze del gusto diventano occasioni per prestare attenzione al corpo e all’ambiente, condividendo percezioni e ricordi.

La dimensione sensoriale si intreccia con quella relazionale. Ascoltare ciò che un’altra persona prova, rispettarne i tempi e scoprire sensibilità differenti permette di vivere lo stesso luogo attraverso prospettive diverse.

Bambini, adulti e anziani possono così contribuire allo scambio: curiosità, esperienza, memoria e capacità pratiche diventano risorse a disposizione di tutti.

Un’esperienza che continua oltre il giardino

Quanto sperimentato nei giardini dell’Accademia può accompagnare i partecipanti nella vita quotidiana. Una strada, una piazza, un condominio o un quartiere presentano problemi differenti, ma richiedono spesso capacità simili: riconoscere una criticità, comprenderne gli effetti, individuare gli interlocutori e contribuire a una soluzione.

Un ostacolo lungo un percorso pedonale, per esempio, può richiedere una segnalazione agli uffici competenti. Uno spazio trascurato può diventare il punto di partenza per una proposta condivisa. In entrambi i casi, la responsabilità personale si collega alla partecipazione civica e al ruolo delle istituzioni.

Le Giornate della resilienza e della felicità traducono così la riflessione sulla qualità della vita in occasioni di apprendimento concreto. Attraverso piccoli problemi si esercitano capacità utili per affrontarne di più complessi: cooperare, prevenire i rischi, prendersi cura degli spazi e riconoscere il valore del contributo di ciascuno.

Nei giardini dell’Accademia, il bene comune prende forma anche da una domanda: «Che cosa possiamo fare, insieme, per stare meglio?».