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Carenza di medici, infermieri, tempi lunghi e servizi di prossimità insufficienti: il nodo non è solo sanitario, ma sociale, economico e civile.

La sanità territoriale in Campania, e più in generale nel Mezzogiorno, continua a mostrare segnali di affanno che non possono più essere letti come una semplice difficoltà organizzativa. Quando mancano medici, infermieri, presìdi di prossimità e tempi di risposta adeguati, il problema smette di essere soltanto sanitario e diventa sociale, economico e persino civile. Una visita rinviata, un consulto difficile da ottenere, un percorso di cura frammentato non producono soltanto disagio clinico: aumentano stress, spostamenti, costi familiari, perdita di giornate lavorative e sfiducia verso le istituzioni.

Oggi il punto non è soltanto quante prestazioni si erogano, ma quanto il territorio riesce a proteggere concretamente il cittadino nei tempi giusti. Anche il Ministero della Salute ha riconosciuto la centralità del tema, con la Piattaforma nazionale delle liste d’attesa gestita da AGENAS per monitorare il rispetto delle tempistiche previste dalle classi di priorità.

La criticità non riguarda solo gli ospedali

Per anni il dibattito pubblico si è concentrato soprattutto sugli ospedali, sui pronto soccorso, sulle emergenze e sulle eccellenze. Ma la vera fragilità si misura spesso prima: nei quartieri, nei territori, nei servizi di base che dovrebbero intercettare il bisogno quando è ancora gestibile. È qui che si decide se un sistema previene oppure rincorre. Se la medicina territoriale non è abbastanza capillare, l’intero sistema si carica di ritardi, congestioni e costi indiretti.

In questo quadro, il caso sollevato dal Movimento Qualità della Vita sulla pediatria del San Paolo è emblematico. La richiesta di passare “dalle parole ai fatti”, con atti pubblici, tempi certi e garanzie verificabili, non riguarda solo un presidio: richiama un principio generale. In una città congestionata come Napoli, un presidio pediatrico di prossimità non è un dettaglio logistico, ma un presidio di sicurezza sanitaria e di vivibilità urbana.

Quando una visita mancata diventa un problema collettivo

Ogni disfunzione territoriale produce un effetto a catena. Le famiglie devono spostarsi di più, i lavoratori perdono tempo e reddito, gli anziani restano più esposti, i bambini dipendono da percorsi meno rapidi, i fragili vengono seguiti peggio. In una realtà urbana già segnata da traffico, tempi lunghi e servizi sotto pressione, tutto questo significa più fatica quotidiana e più disuguaglianza.

Il tema delle liste d’attesa fotografa bene questa dinamica. In Italia, secondo dati richiamati nel dibattito pubblico del 2025, l’attesa media per una visita specialistica nel SSN ha superato i quattro mesi, mentre per esami diagnostici può arrivare fino a dodici mesi; per alcuni interventi chirurgici, come la cataratta, in molte realtà si supera anche l’anno di attesa. Questo significa che il cittadino, quando il sistema rallenta, paga due volte: in salute e in qualità della vita.

Il Mezzogiorno e il rischio di uno squilibrio più ampio

Nel Mezzogiorno, dove il tessuto sociale è spesso più vulnerabile e molte famiglie hanno minori margini economici, le inefficienze sanitarie pesano ancora di più. Se il cittadino deve compensare da solo ciò che il servizio non riesce a garantire in tempi e forme adeguate, il rischio è che le disuguaglianze si allarghino: chi ha mezzi cerca soluzioni alternative, chi non li ha resta più esposto.

Il divario non è solo percepito. Le elaborazioni SVIMEZ sui Conti Pubblici Territoriali confermano uno squilibrio storico di spesa sanitaria pro capite sfavorevole al Sud, con un gap ancora rilevante nel 2021 rispetto al Centro-Nord. È in questo contesto che la fragilità della sanità territoriale smette di essere un tema settoriale e diventa una questione di coesione sociale.

Il caso San Paolo come esempio di una questione strutturale

La vicenda della pediatria del San Paolo, richiamata dal Movimento Qualità della Vita, mostra bene il punto: quando un presidio arretra o si indebolisce in un’area densamente popolata, aumentano distanze, tempi di accesso e pressione sulle strutture alternative. Il rischio viene scaricato sulle famiglie e sull’intero sistema.

Per questo la proposta di una rete pediatrica pianificata municipalità per municipalità, con presìdi efficienti, personale adeguato e soluzioni ponte chiare nei periodi di riorganizzazione, va letta come una proposta di metodo: prima si garantisce la capacità di risposta, poi eventualmente si sposta la domanda. In sanità non bastano comunicazioni generiche: servono atti, cronoprogrammi, organici e responsabilità verificabili.

Sanità territoriale in affanno: serve una lettura di sistema

La sanità territoriale va letta come parte di un ecosistema più grande: salute, mobilità, lavoro, fiducia, sicurezza, organizzazione urbana. Se manca questa visione, si continuerà a trattare il problema come una somma di singole urgenze. Ma il punto è un altro: quando il territorio non cura bene, si indebolisce l’intera comunità.

La Campania ha messo in campo strumenti come il CUP Unico Regionale, pensato per governare le liste d’attesa e garantire un accesso più equo alle prestazioni. Ma gli strumenti, da soli, non bastano se non sono accompagnati da una rete davvero capillare, da personale sufficiente e da una programmazione che metta al centro la prossimità.

Sanità territoriale in affanno: perché questo tema conta

La sanità territoriale è uno dei principali indicatori della capacità di un territorio di proteggere concretamente i cittadini. Dove la prossimità funziona, si riducono rischi, costi e tensioni sociali. Dove manca, aumentano disuguaglianze, inefficienze e sfiducia. E quando per una visita si attende mesi o per un intervento come la cataratta si arriva anche oltre un anno, il problema non è più solo sanitario: è il segnale di un equilibrio civile che si sta incrinando.

Mini bio autore
Domenico Esposito è scrittore, giornalista e presidente dell’Accademia Italiana Qualità della Vita. È ideatore dell’Ideologia della Qualità della Vita (IQDV), un approccio multidisciplinare orientato alla riduzione dei rischi e al miglioramento del benessere sociale.