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Un ricordo di un vecchio ai piedi dei Camaldoli: i ricordi che vivono dentro di noi. Ci sono luoghi che non appartengono solo alla geografia, ma alla memoria. Luoghi che restano dentro, anche quando la città cambia volto, le abitudini si perdono e le persone amate se ne vanno. Per me, uno di questi luoghi sono i Camaldoli, che sono molto più di una collina di Napoli. Sono un mondo sospeso tra città e silenzio, tra devozione e paesaggio, tra fatica e meraviglia. Con l’Eremo dei Camaldoli, il convento che si erge come uno dei punti più alti e panoramici della città, dominano Napoli con una maestà antica, quasi solenne. Da lassù lo sguardo si allarga, il respiro cambia, e ogni cosa sembra ritrovare una misura diversa. È un luogo ricco di storia, di religiosità, di aneddoti, di vita vissuta. E questo, sicuramente, è uno di quelli.

Abito a Posillipo da quando ho conosciuto mia moglie, quindi dal 1980. Ma le mie radici sono a Soccavo, ed è lì che affondano anche molti dei miei ricordi più vivi. Quando arrivava Pasquetta, a Soccavo c’era una tradizione quasi sacra: si andava “alle ventiche dei Camaldoli” per il picnic. C’erano il casatiello, gli insaccati, la pancetta, le fave, e tutto quello che serviva a dare a quella giornata il sapore della festa popolare, semplice e piena.

Ma per noi ragazzi il vero rito era un altro. Io, mio fratello — che purtroppo ho perso da qualche giorno — i miei cugini, gli amici: eravamo soliti salire a piedi sui Camaldoli. La nostra meta era l’Eremo. Si partiva dal lato di Soccavo, il versante sud della collina, e si saliva scarpicando per quella terra dura e bellissima. Era una salita vera, mica una passeggiata. C’erano i gradoni, come li chiamavamo noi, che in realtà erano sporgenze di roccia tufacea. Il tufo, si sa, con il tempo e con gli agenti atmosferici si sgretola, si fa polvere, diventa scivoloso. Bisognava stare attenti davvero, perché bastava poco per perdere l’equilibrio.

Però quella fatica aveva un fascino speciale. Ogni passo sembrava una conquista. Arrivavamo nei pressi di quella che noi chiamavamo “la villa”, una costruzione che affacciava verso Soccavo, quasi a vegliare sul quartiere. Da lì si continuava ancora, verso l’Eremo, verso la cima, verso quel punto che da ragazzi ci sembrava quasi la vetta del mondo.

Quando finalmente si arrivava nello spiazzo davanti alla chiesa e all’Eremo, ci sembrava di essere entrati in un altro universo. C’erano i venditori di castagne del prete, quelle affumicate, e altra frutta secca. C’erano le collane di castagne del prete. E soprattutto c’erano i cappellini con i campanelli.

Un ricordo di un vecchio ai piedi dei Camaldoli; il nostro trofeo

Ecco, il cappellino con i campanelli era il nostro trofeo. Non era solo un oggetto da fiera o da festa. Era il segno della scalata compiuta, della prova superata, della cima raggiunta. Giù ci aspettavano i genitori, i parenti, gli amici, e tornare con quel cappellino in testa significava dimostrare che sì, eravamo arrivati fin sopra. Era una piccola gloria da ragazzi, un simbolo semplice ma importantissimo. La discesa, naturalmente, era tutta un’altra cosa. Più allegra, più leggera, quasi liberatoria. La salita, come sempre nella vita, era la parte più tosta.

Dell’Eremo, poi, conservo ricordi che vanno oltre le scampagnate. Ricordi più profondi, legati alla famiglia, alla fede, alle figure che da bambini sembrano eterne. Un tempo lassù c’erano ancora quei meravigliosi monaci camaldolesi, vestiti di bianco, con la barba lunga, figure che sembravano uscite da un altro secolo. Avevano qualcosa di austero e insieme di rassicurante. Appartenevano a quella tradizione monastica legata all’ordine benedettino, e per noi rappresentavano una presenza forte, quasi simbolica, parte integrante del paesaggio umano dei Camaldoli.

Io porto il nome di mio nonno, Salvatore. Il 6 agosto, giorno della Trasfigurazione di Gesù, si festeggiava prima di tutto il suo onomastico, e poi anche il mio. In quella data il nonno spesso ci portava ai Camaldoli. Prima all’Eremo, perché lui adorava i monaci camaldolesi. Anzi, se devo dire la verità, questo amore per quel luogo l’ho preso proprio da lui. Ricordo ancora le sue parole nelle giornate fredde: si chiedeva cosa stessero facendo i monaci in convento, cosa bevessero, cosa mangiassero, come trascorressero quelle ore nel silenzio. C’era in lui una specie di affettuosa curiosità, quasi una parentela spirituale. Era, per dirla con parole antiche, una corrispondenza di amorosi sensi tra i soccavesi e i camaldolesi.

Si andava a messa nella chiesa dell’Eremo, poi a passeggiare al belvedere. Anche lì non mancavano i personaggi memorabili. Ricordo un monaco piuttosto burbero che controllava l’accesso e vigilava affinché non entrassero le donne in certi spazi riservati, per evitare che quel luogo di raccoglimento diventasse occasione di distrazione o di amoreggiamenti. A ripensarci oggi, fa quasi sorridere. Ma allora tutto aveva una sua regola, un suo ordine, una sua severità che contribuiva al fascino del posto.

Dopo la visita al belvedere, arrivava il premio: il pranzo da Sabatino, il famoso ristorante dei Camaldoli. Per noi era parte integrante del rito. Ci sono tornato proprio l’ultimo onomastico, quasi per fare un tuffo nel passato. Si continua a mangiare bene, senza dubbio, anche se oggi i prezzi fanno più impressione di una volta. Resta però un luogo della memoria, uno di quei posti che non si giudicano solo dal conto, ma da ciò che custodiscono.

A distanza di tanti anni, mi accorgo che quei ricordi non parlano solo di me bambino o ragazzo. Parlano di un modo di vivere Napoli che aveva ancora il passo lento delle famiglie, delle salite a piedi, delle feste condivise, delle cose semplici che diventavano importanti. Mi ricordano di mio fratello, dei miei cugini, degli amici, di mio nonno. Parlano di un quartiere, Soccavo, e di una collina, i Camaldoli, che per tanti di noi non erano solo un luogo dove andare, ma un luogo da sentire.

Noi anziani siamo anche testimonianza storica: serviamo a questo, a ricordare ciò che eravamo e i bei valori di cui siamo custodi, perché altrimenti tutto andrebbe perduto. Ebbene, questi ricordi li affido volentieri, perché dentro vi abitano la fatica di una salita, il suono di un campanello, il bianco di un saio, il profumo del casatiello e l’ombra lunga di chi non c’è più.
(Al prossimo ricordo)

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