Nel giudicare l’azione internazionale di Donald Trump occorre evitare due errori opposti: considerarla puro caos personale oppure leggerla come una strategia onnipotente, capace di controllare ogni variabile. La realtà è più complessa. Bisogna separare il livello macro-strategico dal livello micro-contingente. La macro-strategia è riconoscibile: difendere il primato del dollaro, contenere l’ascesa cinese, colpire l’Iran, tenere la Russia sotto pressione, controllare le rotte energetiche e impedire che petrolio, yuan, sanzioni aggirate e nuove alleanze euroasiatiche costruiscano un sistema alternativo all’ordine americano.
I fatti micro-contingenti, però, possono alterare o far deragliare la strategia: scorte militari sotto pressione, costo della guerra, inflazione energetica, malumori nelle forze armate, blocco o instabilità dello Stretto di Hormuz, irritazione degli alleati europei, divisioni interne iraniane, reazioni dei Pasdaran, resistenza cinese, ambiguità russa e perfino fattori personali o simbolici che entrano nella scena politica. Tra questi fattori micro-contingenti rientra anche la pressione che la coscienza politica di Trump riceve dall’esterno. Gli attacchi scomposti rivolti al Papa dopo le sue prese di posizione contro la guerra e contro alcune scelte dell’amministrazione americana non sono un dettaglio marginale: mostrano come, dentro una linea strategica strutturata, possano irrompere elementi emotivi, religiosi, comunicativi e personali capaci di condizionare il quadro politico.
Trump la strategia macro è ben definita
Questo dimostra che Trump non opera semplicemente nel caos. La sua azione si inserisce in una dottrina politica riconoscibile, articolata attorno ai pilastri del Make America Great Again, dell’America First e del Peace through Strength. La stessa Casa Bianca presenta la politica estera trumpiana come una politica di “America First” fondata sulla forza come strumento di deterrenza e di negoziazione.
Il punto, dunque, non è stabilire se Trump sia “pazzo” o “razionale”. Questa alternativa è troppo povera. Il punto è comprendere che esiste una strategia, ma che questa strategia produce conseguenze, resistenze e contro-effetti non sempre prevedibili. L’agire umano e statale determina sempre risposte e influenze di ritorno: ogni pressione genera una reazione, ogni azione modifica il campo, ogni tentativo di dominio può produrre nuove coalizioni. È quanto, nella lettura dell’Accademia Italiana Qualità della Vita, può essere ricondotto al Principio di equivalenza geopolitico: nessuna azione di potenza resta isolata, perché ogni forza esercitata nel sistema internazionale produce una riorganizzazione delle forze contrarie, laterali o compensative.
Quale vittoria possibile di Washington su l’Iran
La guerra all’Iran va letta dentro questo schema. La vittoria che Washington cercava non era probabilmente solo un accordo tecnico sul nucleare. Era una vittoria più ampia, di tipo geopolitico ed energetico: togliere il petrolio iraniano dall’orbita cinese, riportarlo dentro un circuito controllabile dall’Occidente, difendere il primato del dollaro e, se possibile, favorire una normalizzazione politica dell’Iran attraverso un potere più compatibile con gli interessi americani.
In questa logica, il modello desiderato poteva essere “venezuelano”: rientro degli operatori occidentali, controllo dei flussi energetici, riapertura economica selettiva, sottrazione del petrolio a circuiti rivali e ritorno della leva americana sulle risorse strategiche. Ma l’Iran non è il Venezuela. È una potenza regionale con un apparato militare-ideologico radicato, una rete di alleanze, infrastrutture sotterranee, capacità missilistiche, un Paese BRICS e una classe dirigente che, sotto pressione, tende a irrigidirsi invece che cedere.
Per questo l’attacco al vertice iraniano non ha aperto una transizione controllata. Ha rafforzato la centralità dei Pasdaran e trasformato il cambio di regime in un obiettivo molto più rischioso del previsto. La strategia americana può quindi essere definita su quattro livelli: obiettivo massimo, cambio di regime o transizione filo-occidentale; obiettivo intermedio, decapitazione del vertice e indebolimento dei Pasdaran; obiettivo minimo, accordo su nucleare, Hormuz, petrolio e sanzioni; obiettivo comunicativo, far apparire Trump come il leader che ha costretto l’Iran a piegarsi.
Il nodo cinese rientra è parte della strategia macro
Il nodo cinese è altrettanto decisivo. Gli Stati Uniti non possono colpire direttamente la Cina senza aprire una crisi mondiale di proporzioni incalcolabili. Possono però colpire ciò che alimenta la Cina: petrolio iraniano, petrolio russo, petrolio venezuelano, rotte marittime, raffinerie, banche, assicurazioni, valute alternative, triangolazioni commerciali. Non a caso Washington ha imposto nuove sanzioni contro Hengli Petrochemical, una grande raffineria cinese accusata di acquistare petrolio iraniano; Reuters ha definito questa mossa una significativa escalation nella stretta americana contro il greggio iraniano destinato alla Cina.
La Cina, dal canto suo, continua a rappresentare il principale sbocco del petrolio iraniano. Secondo Reuters, le raffinerie indipendenti cinesi hanno continuato a importare greggio iraniano nonostante le pressioni americane, con acquisti che a marzo avrebbero raggiunto livelli record e con una quota molto elevata dell’export iraniano diretta verso raffinerie cinesi.
Qui si comprende il significato profondo della crisi: non siamo davanti solo a una guerra regionale, ma a una guerra energetica e monetaria. Il petrolio iraniano pagato, scambiato o triangolato fuori dal circuito del dollaro diventa parte di una sfida più ampia al sistema del petrodollaro. Per Washington, il problema non è soltanto che la Cina compri petrolio. Il problema è che lo compri attraverso circuiti sempre meno controllabili dagli Stati Uniti.

Vertice Trump e Xi
In questo quadro si inserisce anche il possibile vertice tra Trump e Xi. Quel vertice non sarebbe il punto di partenza della trattativa, ma il possibile punto di arrivo di una fase di pressione. Trump vorrebbe arrivarci mostrando di aver piegato Iran, rotte energetiche e petrolio alternativo. Xi vorrebbe arrivarci dimostrando che la Cina non si è fatta piegare e che può negoziare da pari a pari.
Il tavolo Trump-Xi non sarebbe una semplice riunione commerciale. Sarebbe il luogo in cui si concentrano almeno cinque dossier: Taiwan, che per Pechino rappresenta il nodo politico principale; dazi e commercio; terre rare e tecnologie; petrolio iraniano e sanzioni; dollaro e yuan, cioè la partita monetaria dietro energia e commercio. Reuters ha indicato Taiwan come tema centrale dell’agenda cinese per il summit, segnalando che Pechino punta a ottenere da Washington un linguaggio più netto contro l’indipendenza taiwanese.
Europa potenza d’equilibrio
Ecco perché l’Europa non può restare spettatrice. Se il mondo viene trascinato in una contrapposizione permanente tra Stati Uniti, Cina, Russia e Iran, l’Europa rischia di diventare il continente che paga i costi senza decidere la strategia: energia più cara, instabilità commerciale, tensioni militari, dipendenza tecnologica, subordinazione diplomatica.
L’Europa deve assumere il ruolo di Potenza di Equilibrio come definito nel Manifesto europeo dell’Accademia Italiana Qualità della Vita. Non può limitarsi ad allinearsi automaticamente. Deve riaprire canali di mediazione con la Russia, lavorare alla distensione, difendere i propri interessi energetici e produttivi, evitare che il continente resti prigioniero di una logica di guerra permanente. La pace non può essere intesa come resa, ma come costruzione di un equilibrio sostenibile.
Trump la strategia macro è ben definita
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