(L’articolo include tre fotografie: una con Gaetano Manfredi mentre teniamo in mano il giornale cartaceo La Qualità della Vita; una con Pino Aprile; una con Adriano Giannola; una con il Presidente della Regione Campania Roberto Fico mentre teniamo in mano il giornale cartaceo La Qualità della Vita)
Il meridionalismo di Domenico Esposito diventa una necessità se si considerano le disparità di qualità della vita tra due grandi blocchi territoriali italiani: Centro-Nord e Sud. In Italia, come in altri Paesi, esistono territori con una qualità della vita mediamente migliore rispetto ad altri; ciò che rende particolare il caso italiano è la persistenza di una frattura netta e ricorrente tra Nord e Sud, che incide sul benessere reale delle persone: opportunità, servizi, sicurezza quotidiana, mobilità, lavoro e prospettive.
Questa divisione rimanda alla celebre “ questione meridionale”. Nella mia lettura, non si tratta di un argomento ideologico o identitario, ma di un nodo strutturale che, se non affrontato, limita la crescita del Sud e, di conseguenza, indebolisce l’intero sistema Paese. In questo quadro, utilizzo l’espressione “logica di potere cavuriana” per descrivere l’interesse storico e l’esigenza del Nord di competere al pari delle grandi realtà politiche, economiche e sociali del Centro Europa, con dinamiche che nel tempo hanno prodotto squilibri e ritardi cumulativi.
Le classifiche sulla qualità della vita: perché non basta contestarle
Le classifiche sulla qualità della vita mostrano con regolarità che città e regioni del Centro-Nord tendono ad avere punteggi più alti, mentre il Sud spesso risulta in ritardo. Molti cittadini del Sud criticano queste statistiche definendole ingenerose e rivendicando stili di vita unici. È un’obiezione comprensibile, e io stesso riconosco il valore culturale di modi di vivere peculiari, come lo stile di vita napoletano che definisco “napoletanità.
Tuttavia, quando si entra nel merito di fattori comparabili—opportunità lavorative, qualità e accessibilità dei servizi pubblici e privati, tempi e costi della mobilità, efficienza amministrativa, infrastrutture materiali e digitali—i dati tendono a confermare l’esistenza di un divario. Il punto non è difendere o attaccare una classifica: il punto è usarla come segnale operativo per politiche attive, misurabili e continuative.
Meridionalismo come proposta: politiche attive per la crescita del benessere
Se il divario è reale, il Sud ha bisogno di politiche attive per la qualità della vita e delle risorse necessarie per realizzarle. Servono strumenti concreti per ridurre i rischi sociali ed economici, potenziare servizi essenziali, attrarre investimenti, e rendere il territorio competitivo senza snaturarlo.
In questa prospettiva, la governance non può essere solo locale o regionale: diventa necessaria anche una responsabilità nazionale ed europea più attenta allo sviluppo del Sud, dentro una visione geopolitica del Mediterraneo. Il Mezzogiorno non è “periferia”: è posizione strategica. Ma una posizione strategica produce valore solo se è accompagnata da:
La crescita del Mediterraneo, in termini di relazioni pacifiche e sviluppo economico, è un’opportunità che spesso non viene valorizzata. Eppure proprio qui il Sud potrebbe generare valore aggiunto per l’Italia intera, per l’Europa e per le relazioni economiche internazionali.
Alcuni indicatori del divario Nord-Sud
Quando si parla di divario territoriale, è utile ancorarsi a indicatori misurabili e a numeri con perimetro chiaro (anno, definizione, fonte). Per evitare contestazioni, in questa sezione non uso stime “onnivore” spesso circolate nel dibattito pubblico (del tipo “17 mila vs 13 mila”), perché raramente esplicitano con precisione cosa includono e a quale anno si riferiscono.
Pilastri basati su fonti e tavole esplicite.
Primo: spesa sanitaria pro capite. Il quadro riportato da SVIMEZ (2024), la spesa sanitaria pubblica pro capite resta più bassa nel Mezzogiorno: media Italia 2.140 € nel 2021, con valori tra i più bassi in Calabria (1.748 €) e Campania (1.818 €). Il gap Mezzogiorno–Centro/Nord (Regioni a statuto ordinario) è −210 € pro capite nel 2021 (circa −11%): ridotto rispetto al 2010 ma ancora rilevante, con effetti su dotazioni, tenuta dei servizi e tempi di accesso.
Secondo: Spesa pubblica pro capite (aggiornamento). Su base CPT 2021, la spesa corrente pro capite risulta più alta nel Centro-Nord (14.387,5 €) rispetto al Mezzogiorno (11.564,9 €): un gap di circa −2.822,6 € per abitante (≈ −19,6%). Questo dato fotografa un differenziale rilevante nella capacità di spesa corrente dei territori. Resta però cruciale la nota metodologica: il confronto cambia sensibilmente se si escludono le pensioni e/o se si corregge per il diverso costo della vita (PPA); per tali scomposizioni, l’ultima tavola “standard” ampiamente citata è quella dell’Osservatorio CPI su medie 2014–2016.
A completamento del caso Campania
A completamento, per il caso Campania, il report “Un Paese, due cure” (SVIMEZ in collaborazione con Save the Children) riporta dati regionalizzati da Conti Pubblici Territoriali (CPT, 2021): media nazionale 2.140 €, mentre la Campania risulta tra i livelli più bassi con 1.818 € di spesa corrente pro capite (con la Calabria 1.748 €); sul conto capitale, la Campania è indicata a 18 € pro capite, a fronte di una media nazionale di 41 €. In termini di vita reale, una spesa sanitaria pro capite tra le più basse tende a tradursi in maggiore pressione sui servizi, dotazioni più fragili e criticità organizzative che ricadono su cittadini e personale.
Nota di metodo. Il punto non è “fare propaganda del numero”, ma usare indicatori leggibili e verificabili. Per questo, quando si parla di “spesa pubblica”, qui ci si riferisce esplicitamente alla spesa pubblica pro capite della PA per macro-aree (media 2014–2016) e al relativo gap documentato (−950 € per abitante e ~19,5 miliardi l’anno), evitando confronti generici privi di perimetro. L’obiettivo è rendere misurabile una sproporzione che, nel tempo, incide sulla qualità della vita e anche sulla produttività e competitività dei territori.
Lo Stato deve rafforzare il Sud per rafforzare l’Italia intera
Un Paese non si rafforza lasciando indietro una parte strutturale del proprio territorio. Se il Sud resta debole, l’Italia nel complesso perde competitività: perde capitale umano, perde capacità produttiva, perde reputazione, perde attrattività.
Questa deriva è denunciata da molti osservatori e anche da autori che hanno raccontato la questione meridionale in modo sistematico, come lo scrittore Pino Aprile. E l’attenzione a questo tema è tornata centrale anche tra le nuove generazioni, perché il divario non è solo economico: è sociale, culturale, civile.
Il meridionalismo di Domenico Esposito trova fondamenta in un impianto di politiche attive e riequilibrio territoriale coerente con i richiami istituzionali che, nel tempo, hanno sottolineato l’importanza di contrastare le disuguaglianze territoriali e di rafforzare i diritti di cittadinanza su tutto il territorio nazionale, inclusi i territori più fragili. Sergio Mattarella
Il modello: “effetto domino della crescita” per far aumentare produttività e benessere
L’espressione “effetto domino della crescita” è stata pubblicata per la prima volta nel mio libro Ideologia della qualità della vita. In quel lavoro, “effetto domino” significa reazione a catena finalizzata alla crescita del benessere e dei suoi sinonimi: dunque applicata alla crescita della qualità della vita, alla crescita sostenibile e alla crescita della vivibilità.
In termini operativi, l’effetto domino della crescita funziona così:
si innesca una reazione a catena con un contributo o incentivo iniziale (generalmente pubblico);
interviene un adeguato apporto del settore privato;
si produce una crescita economica pluriennale, misurabile sul miglioramento degli indicatori.
Con questa applicazione politica dell’effetto domino, si costruisce una reazione a catena sostenibile funzionale alla crescita degli indicatori dell’Ideologia della Qualità della Vita (IQDV). È sostenibile perché la crescita non grava interamente sulla spesa pubblica—già limitata e spesso in deficit—ma fa leva su investimenti privati in progetti realizzati in partenariato pubblico-privato.
Il pubblico favorisce e propone progetti necessari allo sviluppo territoriale, li pianifica e assiste soprattutto nella fase amministrativa e burocratica, riducendo tempi e attriti. Il privato investe in un contesto più favorevole, dove istituzioni e cittadini cooperano: così diminuisce il rischio dell’investimento e aumenta la convenienza rispetto al capitale fermo che non muove l’economia reale.
Convenienza per il privato e per il sistema Paese
La convenienza per il privato sta nell’investire in territori dove:
le regole sono chiare,
l’amministrazione è più efficiente,
i progetti sono coerenti con i bisogni reali,
la comunità sostiene ciò che produce valore e qualità.
In un sistema dinamico di crescita virtuosa, ne beneficia tutta la catena: produttività, servizi, occupazione, reputazione, attrazione di competenze e investimenti. Così, il sistema Paese si rafforza. E il Mezzogiorno d’Italia può diventare una grande risorsa per il Nord, per l’Europa e per il Mediterraneo: non un costo, ma una leva.
Una strategia modulare, non uno slogan
Questo tipo di effetto domino è una strategia generale che può avere diverse applicazioni in base alle esigenze del territorio. Io contestualizzo nello spazio e nel tempo una serie di progetti di sviluppo che incarnano lo spirito dell’IQDV funzionale alla produttività e al benessere. Ciò vale per qualsiasi territorio, a maggior ragione per quei territori del Sud dove qualità della vita e produttività sono più basse.
“Domenico Esposito con Pino Aprile: questione meridionale”“Domenico Esposito con Adriano Giannola: sviluppo territoriale, produttività e qualità della vita“Domenico Esposito con il Presidente della Regione Campania Roberto Fico: Qualità della Vita”
Professore Emerito Adriano Giannola
L'esperienza di vita più bella, che merita di essere vissuta pienamente, è quella che innalza la propria coscienza a Dio attraverso la qualità della vita.
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