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NAPOLI – L’America di Trump a carte scoperte per l’ordine mondiale (a cura di Domenico Esposito)

Trump alle prese dell’ordine mondiale: i tre pilastri di una politica, da “Make America Great Again” ad “America First”, fino a “Peace through Strength”: la strategia di Donald Trump punta a ridisegnare gli equilibri globali con una logica ben precisa.

La dottrina politica dell’America di Trump

Molti osservatori continuano a leggere Donald Trump come un leader confusionario e inaffidabile, dominato soprattutto dall’istinto, dalla provocazione e dalla comunicazione aggressiva. Ma questa lettura analitica, alla luce dei fatti, non è veritiera, facciamo un pò di chiarezza. Dietro il linguaggio politico trumpiano si è consolidata una vera e propria architettura dottrinaria, sintetizzabile in tre pilastri: Make America Great Again, America First e Peace through Strength. La stessa Casa Bianca continua a usare esplicitamente queste formule per definire l’azione del presidente sul piano internazionale e strategico, nonché politica interna.

Il punto essenziale è che questi slogan non sono semplici etichette elettorali come si dimostra facilmente. Rappresenta la strategia con cui Trump agisce. In effetti, in questa visione, il diritto dipende molto dall’interesse americano, quindi la cooperazione multilaterale e la mediazione diplomatica seguono questa condizione. Ciò implica una geopolitica competitiva nella quale gli Stati Uniti devono tornare a imporsi come potenza dominante. In ciò bisogna chiedersi se sia un bene o un male per il progresso dell’umanità nel breve, medio e lungo termine. A tal fine concludo l’analisi con una proposta.

MAGA: restaurare la centralità americana

Il primo pilastro, Make America Great Again, non riguarda soltanto la nostalgia identitaria o il recupero simbolico di una presunta età dell’oro americana. Sul piano concreto significa rilanciare la capacità industriale, rafforzare la percezione della potenza statunitense e restituire agli elettori l’idea di un’America che detta ancora le regole del gioco globale. Le misure tariffarie varate nel 2025 e poi difese politicamente anche nel 2026 si inseriscono perfettamente in questo disegno: usare il commercio come leva di potenza, correggere i disavanzi e ridurre dipendenze considerate strategicamente pericolose.

Qui emerge una differenza decisiva rispetto al vecchio globalismo liberale americano. Per Trump, la globalizzazione non è un ordine da proteggere in quanto tale: è uno strumento da piegare all’interesse nazionale. Quando smette di servire Washington, va corretta, forzata o persino rovesciata.

America First: l’interesse nazionale come criterio assoluto

Il secondo pilastro, America First, è la traduzione operativa del trumpismo. Ogni scelta internazionale deve essere valutata in base a una domanda semplice: conviene davvero agli Stati Uniti? La coerenza interna di questa impostazione è maggiore di quanto molti critici vogliano ammettere. La pressione sugli alleati NATO, la richiesta di un maggiore burden sharing e la costante insofferenza verso assetti multilaterali percepiti come onerosi rispondono tutti alla stessa logica: l’America non deve più pagare in misura sproporzionata per l’ordine globale. Infatti, ha imposto agli europei più responsabilità militari, finanziarie e politiche. Trump non immagina un’America ritirata dal mondo, ma un’America che pretende di guidarlo facendo pagare agli altri una quota maggiore del prezzo della sicurezza.

Nei confronti della Russia c’è realismo di potenza

Dentro questa visione rientra anche il rapporto con la Russia. Trump tende a considerare Mosca come una potenza con cui occorre trattare in termini realistici. È da qui che discende la critica alla linea di Biden sulla guerra in Ucraina, percepita dall’universo trumpiano come una guerra mal gestita, costosa e potenzialmente destabilizzante per gli stessi interessi americani. Nella gerarchia trumpiana delle priorità la stabilizzazione dei rapporti tra grandi potenze vale più della prosecuzione di conflitti lunghi e onerosi senza un chiaro dividendo strategico per Washington.

Lo stesso riconoscimento vale per la Cina

Lo stesso metodo vale per la Cina. Trump sa bene che Pechino è oggi una potenza manifatturiera, commerciale e tecnologica imprescindibile. Ma il suo obiettivo non è riconoscerne passivamente il peso: è contenere la dipendenza americana dalle catene produttive e dagli squilibri commerciali che hanno favorito l’ascesa cinese. Per questo i dazi non sono un dettaglio tecnico, ma uno strumento di pressione geopolitica.

L’analisi sui rapporti USA, CINA, RUSSIA, BRICS si può sicuramente ampliare e ulteriormente approfondire.

Peace through Strength: la pace come effetto della superiorità

Il terzo pilastro, Peace through Strength, è forse il più rivelatore. La formula viene rivendicata apertamente dalla Casa Bianca per descrivere l’attuale postura internazionale americana. Ma occorre comprenderne fino in fondo il significato: in questa dottrina, la pace non nasce dalla fiducia reciproca, dal dialogo paritario o dalla centralità del diritto internazionale. Nasce dal fatto che gli avversari considerano troppo alto il costo di sfidare gli Stati Uniti.

È qui che si colloca il dossier Iran. La linea trumpiana non appare orientata ad avere semplicemente un interlocutore “amico” a Teheran, come in Venezuela, ma a impedire che l’Iran diventi una minaccia nucleare e regionale non più controllabile. La Casa Bianca ha presentato le operazioni militari di questi giorni come parte di una strategia diretta a “porre fine alla minaccia nucleare” iraniana, mentre il Congresso, a maggioranza repubblicana alla Camera, ha respinto il 5 marzo 2026 una risoluzione che avrebbe limitato le ostilità senza previa autorizzazione.

Questo passaggio è decisivo: la sicurezza, nel lessico trumpiano, non è gestione condivisa del rischio, ma neutralizzazione preventiva della minaccia. Pertanto, se la minaccia viene percepita come esistenziale, la forza torna a essere non l’ultima ratio, ma uno strumento ordinario di politica internazionale.

Un ordine internazionale non cooperativo, ma gerarchico

Mettendo insieme questi tre pilastri, emerge una conclusione chiara in questo momento storico instabile. Trump non sta proponendo un nuovo internazionalismo americano, ma una restaurazione gerarchica dell’ordine mondiale. Vuole un’America più forte economicamente, meno disponibile a sostenere da sola il peso delle alleanze, più selettiva nei conflitti, più dura verso i rivali strategici e pronta a usare commercio, energia e potenza militare come strumenti unificati di comando.

In questa visione, la pace dovrebbe coincidere con una giustizia condizionata all’interesse americano. Coincide con l’accettazione, da parte degli altri attori, della superiorità americana. Dunque si tratta di una pace verticale, non orizzontale; una pace fondata sul deterrente, non sul consenso.

L’Europa davanti al bivio: cooperazione o non cooperazione?

Oggi la geopolitica non è una materia lontana dalla vita quotidiana delle persone: determina il prezzo dell’energia, la sicurezza, il lavoro, la tenuta sociale, le migrazioni, la spesa pubblica, il clima di fiducia e persino la qualità della democrazia. Per questo occorre analizzare con rigore i mutamenti dell’ordine mondiale, senza ingenuità. Comprendere i nuovi equilibri globali significa comprendere i rischi concreti che ricadono sulle nostre comunità.

Ed è qui che l’Europa dovrebbe interrogarsi seriamente. Perché se il trumpismo è davvero questo, allora per il continente europeo si apre una fase storica nella quale non sarà più possibile limitarsi alla dipendenza strategica da Washington senza pagarne il prezzo politico e sociale. Se gli Stati Uniti ridefiniscono il proprio ruolo secondo una logica di interesse nazionale duro, anche l’Europa dovrà decidere se restare area subordinata oppure diventare soggetto autonomo di equilibrio.

Leggi –> Il Manifesto europeo dell’Accademia Italiana Qualità della vita

La questione non riguarda solo la difesa. Riguarda il commercio, l’energia, la diplomazia, il rapporto con il Mediterraneo, la postura verso Russia, Cina e Medio Oriente. In un mondo che torna a essere governato dalla forza, chi non costruisce una propria strategia finisce inevitabilmente dentro quella degli altri.

L’America di Trump a carte scoperte per l’ordine mondiale: perché questo tema conta

Perché i tre pilastri del trumpismo non spiegano soltanto Donald Trump: spiegano il possibile assetto del mondo nei prossimi anni. Se MAGA, America First e Peace through Strength diventano la nuova normalità americana, allora cambiano i criteri con cui leggere guerre, dazi, alleanze, energia e sicurezza globale. Inoltre, cambiano anche le responsabilità dell’Europa, chiamata a scegliere se restare spettatrice o diventare potenza d’equilibrio (Manifesto europeo dell’Accademia).

Se questa la linea di Donald Trump continuerà a persistere con continue escalation militari, Trum è destinato a perdere. La luce in fondo al tunnel noi dell’Accademia la vediamo, siamo per la de-escalation e per la cooperazione internazionale.

Leggi –> Evoluzione della società umana dalle pandemie alle guerre

Oggi la vera sfida è spezzare il ciclo storico che conduce dalla pandemia alla guerra e all’instabilità. La tempesta non può continuare a lungo. Solo investendo su resilienza sociale, coesione comunitaria e nuovi stili di vita fondati sul bene comune sarà possibile uscire dall’era dei rischi e aprire una stagione di pace e cooperazione internazionale.

Mini bio autore

Domenico Esposito è presidente dell’Accademia Italiana Qualità della Vita, direttore del giornale online La Qualità della Vita e ideologo dell’IQDV, sistema multidisciplinare di analisi del benessere sociale, territoriale e geopolitico.