Chi vive in modo equilibrato in un sistema sanitario di tipo universalistico, non del tutto in equilibrio con fenomeni speculativi, paga le tasse e pesa meno sulla sanità pubblica resta spesso senza vantaggi reali, mentre le inefficienze continuano a scaricarsi sui cittadini e sui lavoratori
C’è un punto in cui il rapporto tra cittadino, sanità pubblica e sistema di finanziamento dello Stato smette di apparire equo e comincia a mostrare tutta la sua contraddizione. È il punto in cui il cittadino che vive in modo sano, riduce il rischio di malattia, investe nella prevenzione, paga privatamente molte prestazioni e contribuisce fiscalmente al finanziamento del sistema, non riceve alcun vantaggio percepibile. E nello stesso tempo vede altri cittadini, anche vicini al proprio ambito lavorativo, restare bloccati per mesi o anni davanti a prestazioni sanitarie necessarie.
È l’esperienza di molti cittadini italiani, che sono felici di contribuire al bene comune, solidali e umani, ma che vorrebbero che certi sprechi non vi fossero. In questo articolo faccio un analisi complessiva del fenomeno, cercando di mettere in evidenza una prospettiva.
Il dato sulla spesa sanitaria pubblica corrente pro capite viene spesso letto in modo superficiale. Se in Campania il valore è di 1.818 euro per abitante, questo non significa che ogni cittadino riceva concretamente quella cifra in cure o prestazioni. Significa piuttosto che il sistema sanitario pubblico assorbe mediamente quella quantità di risorse per residente. È quindi un indicatore contabile utile a misurare l’intensità media della spesa, ma non basta da solo a descrivere il vantaggio reale che il cittadino ottiene nella vita quotidiana.
Sistema universalistico a vantaggio netto
Ed è proprio qui che si apre una frattura profonda. Perché molti cittadini, pur vivendo dentro un sistema universalistico, continuano a pagare di tasca propria visite, controlli, esami, farmaci e percorsi di prevenzione. In pratica finanziano la sanità due volte: prima come contribuenti, poi come utenti costretti a ricorrere al privato per ottenere in tempi ragionevoli ciò che il pubblico non riesce a garantire.
Dentro questo quadro esiste una fascia di cittadini che, sul piano sistemico, rappresenta un vantaggio netto. Sono persone che adottano stili di vita più equilibrati, riducono la probabilità di ammalarsi, alleggeriscono il peso potenziale sulla sanità pubblica, investono nella propria salute e spesso diffondono anche cultura della prevenzione e informazioni utili a ridurre il rischio collettivo. In termini economici e sanitari, sono cittadini che tendono a produrre meno costo e più equilibrio.
Sanità pubblica irriconoscente
Eppure il sistema non riconosce quasi mai questo valore. Non lo misura, non lo valorizza, non lo trasforma in maggiore efficienza o in un beneficio indiretto visibile per la collettività. Al contrario, continua a funzionare come una macchina che contabilizza il costo della malattia, ma non considera davvero il valore pubblico della salute mantenuta, del rischio evitato e della responsabilità individuale che alleggerisce il carico complessivo.
La contraddizione diventa ancora più evidente davanti ai casi concreti. Un lavoratore prenota un intervento di cataratta, aspetta un anno e non viene chiamato, nonostante la prenotazione effettuata e la data fissata. Non si tratta di un dettaglio burocratico. La cataratta può incidere su autonomia, mobilità, sicurezza, capacità lavorativa e qualità della vita. Quando una prestazione necessaria resta sospesa così a lungo, il problema non è solo sanitario: diventa sociale, economico e civile.
Sanità pubblica; il colmo
Ma il sistema raggiunge davvero il colmo quando quel lavoratore è un dipendente proprio di uno di quei cittadini che rappresentano un vantaggio netto per il sistema stesso. Di chi, cioè, vive in modo equilibrato, riduce il rischio di malattia, pesa meno sulla sanità pubblica, paga le tasse, investe privatamente nella propria salute e contribuisce perfino alla diffusione di conoscenza e prevenzione. In un caso del genere la contraddizione diventa quasi intollerabile: il cittadino che produce equilibrio per il sistema vede un proprio lavoratore abbandonato dentro le inefficienze dello stesso sistema che contribuisce a sostenere.
La questione non riguarda il rifiuto del principio solidaristico. Nessuno mette seriamente in discussione il fatto che un sistema sanitario pubblico debba curare tutti, soprattutto chi è più fragile e ha più bisogno. Il punto è un altro: la solidarietà fiscale e sanitaria ha senso solo se viene trasformata in tutela effettiva. Se invece il cittadino contribuisce, il sistema incassa, ma la prestazione non arriva nei tempi dovuti, allora la fiducia si spezza.
La speculazione dei farmaci
A questo si aggiunge un’altra verità spesso sottovalutata: la spesa sanitaria pubblica non è determinata soltanto dalle grandi emergenze cliniche. Incidono anche i farmaci e le cure necessarie a riequilibrare sistemi fisiologici compromessi da stili di vita non equilibrati, così come incidono le terapie ad alto costo per malattie tumorali, gli interventi complessi e le patologie aggravate da contesti territoriali e ambientali critici. Ossia inquinati, che in molte delle volte questo tipo di criticità avviene a causa del benevolere di amministratori pubblici inadempienti e corrotti. Dove cresce il malessere, cresce anche la pressione sul sistema sanitario. Dove si riduce la qualità della vita a causa di amministratori pubblici inesperti, aumentano i costi che la sanità deve sostenere.
Per questo la qualità della vita non è un argomento astratto o decorativo. È una questione sanitaria, economica e perfino finanziaria. Un territorio che produce più squilibri e criticità produce più malattia e inefficienze. Un contesto che investe poco in prevenzione, educazione, vivibilità e riequilibrio ambientale finisce per spendere di più nel tentativo di rincorrere problemi che avrebbe dovuto ridurre prima.
Un sistema cieco
Il vero limite del sistema, allora, è che continua a ragionare quasi soltanto sul costo della cura, ma non misura abbastanza il valore della prevenzione e del rischio evitato. Non riconosce il cittadino che, attraverso comportamenti responsabili e investimenti sulla propria salute, riduce la probabilità di diventare un costo futuro per la collettività. Così il sistema finisce per apparire cieco davanti a una differenza decisiva: quella tra chi genera più pressione e chi contribuisce a ridurla.
Il risultato è un paradosso sempre più evidente. I cittadini più responsabili continuano a sostenere un sistema che spesso non li riconosce e non converte il loro contributo in maggiore efficienza collettiva. Al tempo stesso, cittadini che avrebbero diritto a cure necessarie restano bloccati in attese incompatibili con la dignità della persona e con l’idea stessa di sanità pubblica.
Conclusione
La vera riforma non può limitarsi ai numeri di bilancio. Deve riguardare anche il modo in cui si misura il valore pubblico del benessere, della prevenzione, della responsabilità individuale e della qualità della vita. Perché uno Stato serio non dovrebbe limitarsi a finanziare la malattia quando esplode. Dovrebbe anche riconoscere, proteggere e valorizzare tutto ciò che la fa crescere di meno. Quindi fare prevenzione, ridurre i rischi cancerogeni, premiare i comportamenti virtuosi, ed infine combattere la speculazione farmaceutica.
Domenico Esposito










