Non basta il Quirinale: serve Governo, Parlamento e cittadini per una strategia-paese discussa e deliberata sul nuovo equilibrio geopolitico
In questa fase storica è facile chiedere al Presidente della Repubblica di “metterci una pezza”: una parola più forte, un gesto più netto, un intervento che orienti la rotta. Ma sarebbe un errore di metodo prima ancora che politico. Il Capo dello Stato è garante, non regista dell’indirizzo geopolitico: richiama principi, custodisce l’equilibrio costituzionale, rappresenta l’unità nazionale, e fissa la cornice entro cui la politica deve muoversi per preservare credibilità e coesione. L’indirizzo geopolitico, però, è responsabilità del Governo e della sua guida: il Presidente del Consiglio dirige la politica generale del Governo.
Se vogliamo una maggiore qualità democratica, la soluzione non è “fare parlare il Quirinale” spingendolo in un ruolo non suo. La soluzione è pretendere dal Governo un impianto di policy discutibile in Parlamento: obiettivi, rischi, opzioni, costi, scenari. E pretendere che quel confronto avvenga non a posteriori, a decreto già scritto, ma prima, con trasparenza sufficiente a distinguere una strategia da una reazione.
Viviamo in un mondo in trasformazione: l’Italia non può restare statica
Oggi la realtà geopolitica è più mobile e più multipolare di quanto l’Europa abbia voluto ammettere per anni. Da un lato, la trattativa con la Russia: riunioni e “coalizioni” discutono garanzie di sicurezza e condizioni per una pace duratura. Dall’altro, l’aggregazione dei BRICS si allarga: l’Indonesia è entrata come membro a pieno titolo, segnalando che molte potenze emergenti stanno costruendo nuove piattaforme di cooperazione e influenza.
In questo quadro, restare fermi su posture “di riflesso” produce due rischi opposti e ugualmente dannosi: l’idealismo senza strumenti (principi senza architetture) e il realismo senza democrazia (scelte prese per inerzia, senza mandato esplicito, senza una piena assunzione pubblica di rischi e costi).
Il caso italiano: decisioni rilevanti, dibattito compresso
Il Governo ha approvato un decreto che proroga fino al 31 dicembre 2026 l’autorizzazione alla cessione di mezzi e materiali all’Ucraina, prevedendo un atto di indirizzo delle Camere e la conversione parlamentare nei tempi costituzionali. Qui non è in discussione la legittimità formale. È in discussione la qualità sostanziale della decisione democratica: il Parlamento deve poter discutere non solo se prorogare, ma anche a quale scopo, con quali obiettivi politici, entro quali condizioni e limiti, per quanto tempo e con quale strategia per la fase negoziale che ormai tutti, in forme diverse, evocano.
È il momento di aprire una discussione matura, fondata su dati e scenari, perché una parte delle premesse iniziali si è rivelata imprecisa: diversi report e studi hanno evidenziato che la Russia non solo non è collassata, ma dispone anche di motivazioni storico-culturali, politiche ed economiche che hanno inciso sulle sue scelte, tra percezioni di accerchiamento, calcoli di deterrenza e ambizioni geopolitiche, in un contesto in cui può contare su una rilevante capacità militare e su una forte leva energetica. Alla luce degli errori di valutazione compiuti su questi fattori —oggi evidenziati in numerose analisi autorevoli— è necessario aprire un dibattito parlamentare serio e strutturato.
Inserire nel dibattito una proposta: un accordo responsabile, vantaggioso per tutti
Se il Parlamento deve deliberare con cognizione, deve farlo avendo sul tavolo anche una prospettiva di sbocco. L’Accademia Italiana Qualità della Vita ha elaborato un piano di pace fondato su un compromesso responsabile: un accordo che non venda illusioni, non umili nessuno, e provi a riallineare interessi e sicurezza. Su questa impostazione è stata avviata anche una raccolta firme. Petizione Negoziamo la Pace e la non Belligeranza con la Russia
L’architettura, in termini operativi, può essere presentata così:
- Cessate il fuoco e linea di contatto stabilizzata, con meccanismi di verifica e gestione degli incidenti.
- Compromesso territoriale: riconoscimento negoziale (con formule tecniche da definire) della permanenza russa sui territori già occupati, per evitare una guerra infinita di logoramento.
- Neutralità formale dell’Ucraina rispetto alla NATO, in cambio non di vaghe promesse ma di garanzie di sicurezza robuste (euro-atlantiche o europee, con un backstop credibile) che rendano l’accordo sostenibile nel tempo.
- Riparazioni e ricostruzione: un fondo pluriennale per l’Ucraina, alimentato da contributi internazionali e da una quota di responsabilità russa, con meccanismi condizionali e tracciabili.
- Sanzioni: alleggerimento progressivo e condizionato alla tenuta dell’accordo e agli impegni economici assunti, per trasformare l’uscita dalla guerra in un percorso governabile.
È una proposta discutibile alla luce delle diverse cornici ideologiche e strategiche europee — pace, cooperazione, multilateralismo, atlantismo, Costituzione e trattati internazionali — come tutte le proposte serie; ma ha un merito politico decisivo: sposta la conversazione dalla retorica alla progettazione dell’equilibrio. Ed è esattamente ciò che manca quando ci si limita a invocare “più fermezza” o “più dialogo” senza una struttura.
La sicurezza non è solo deterrenza: è qualità della stabilità
Qui l’impostazione dell’IQDV è un correttivo strategico: la deterrenza armata può essere necessaria, ma resta una risposta reattiva. La vera sicurezza è proattiva: riduce tensioni sociali e culturali, costruisce fiducia, rende le società meno vulnerabili alla polarizzazione, alla propaganda, agli shock energetici e industriali. E soprattutto evita che la politica estera diventi ostaggio di paure collettive e di cicli elettorali.
Questo si traduce in una linea chiara: la pace non è una dichiarazione di principio; è un equilibrio che si progetta, si negozia e si garantisce. Il Quirinale può ricordare la cornice — l’Italia ripudia la guerra e promuove un ordinamento internazionale di pace e giustizia — ma l’architettura concreta deve passare dalla responsabilità politica: Governo e Parlamento.
Una richiesta netta al Governo: un “Libro Bianco” e un mandato parlamentare
Se vogliamo passare all’azione, la pretesa democratica deve diventare una procedura, non un auspicio. Tre atti, immediati:
- Libro Bianco Italia 2026: guerra, pace, interessi nazionali
Un documento pubblico (con allegati riservati dove serve) che dichiari: obiettivi, linee rosse, criteri di sostenibilità, priorità negoziali. - Tre scenari e una matrice costi–rischi
- accordo rapido e fragile;
- accordo con garanzie forti;
- guerra prolungata.
Per ciascuno: conseguenze su disagio mentale, distruzione, morti e produttività, impatto su energia, industria, bilancio, coesione sociale, ruolo UE.
- Mandato parlamentare esplicito
Una risoluzione che autorizzi e orienti l’azione del Governo, trasformando l’inerzia in scelta deliberata.
Questo è “alzare la qualità democratica”: riportare la geopolitica dentro le regole della responsabilità pubblica.
Nuova governance: meno diffidenza, più cooperazione nel mondo multipolare
La conseguenza più grande è questa: il nuovo assetto non si affronta con l’allarmismo. Si affronta costruendo governance più aperte. L’Italia dovrebbe farsi promotrice — in sede europea — di un formato stabile di dialogo che includa, oltre ai partner UE e USA, anche canali strutturati con la Russia (quando e se le condizioni lo consentiranno) e interlocuzioni pragmatiche con i Paesi BRICS su dossier non ideologici: energia, infrastrutture, Mediterraneo allargato, sicurezza alimentare, regole commerciali, stabilità finanziaria.
Non significa ingenuità. Significa realismo di qualità: riconoscere che l’isolamento totale è improbabile e che la stabilità, nel XXI secolo, passa da interdipendenze governate.
Conclusione
Il Presidente della Repubblica faccia ciò che la Costituzione gli chiede: essere garanzia e coscienza istituzionale. Ma la politica smetta di cercare supplenze. Davanti al cambio di fase — negoziati in movimento, Europa alla ricerca di garanzie, BRICS in espansione — serve una strategia-paese: discussa, deliberata, misurabile.
Attenzione al rischio di una sostituzione in senso politico dell’azione del Presidente della Repubblica: questo, di fatto, accade quando Governo e Parlamento lasciano un vuoto di indirizzo e di confronto, e l’opinione pubblica finisce per proiettare sul Quirinale aspettative improprie, chiedendo al garante di supplire a ciò che spetta alla responsabilità democratica delle istituzioni politiche.
E dentro questa strategia, il piano di pace elaborato dall’Accademia non è un sogno: è una proposta da mettere sul tavolo, migliorare, contestare e, se regge, trasformare in indirizzo. Perché la pace, quando arriva, non premia chi urla di più: premia chi progetta meglio l’equilibrio.
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