di Domenico Esposito
Ho colto con grande entusiasmo il monito e la presenza del Presidente Sergio Mattarella agli Stati Generali della Natività. Un segnale forte e autorevole che richiama tutti — cittadini, istituzioni, forze sociali e culturali — alla responsabilità di affrontare una delle sfide più cruciali del nostro tempo: il calo demografico. Serve una visione condivisa e concreta per restituire fiducia nel futuro, sostenere le famiglie e creare le condizioni per una società più equa e vitale.

Questo articolo nasce da una storia molto semplice e, per molti versi, rivoluzionaria: quella di mia figlia che, a soli vent’anni, ha scelto di diventare madre.
In un’epoca in cui alla sua generazione viene ripetuto che “non è il momento”, che prima bisogna sistemarsi, lavorare, girare il mondo, costruire certezze economiche (che spesso non arrivano mai), lei ha fatto la scelta opposta: vivere la maternità adesso, nel presente, assumendosene tutte le responsabilità, ma anche riconoscendone il valore profondo in termini di senso, affetti e qualità della vita.
Dalle nonne madri a 18 anni alla generazione del “rimandiamo”
Questa decisione mi ha riportato indietro nel tempo, alla storia delle generazioni precedenti. Le nostre nonne e bisnonne diventavano madri a 17 o 18 anni. Era una maternità spesso segnata dalla necessità, dalla tradizione, dall’assenza di alternative. La nostra generazione, per reazione, ha costruito un modello opposto: studiare, lavorare, affermarsi, e solo dopo – forse – pensare a un figlio. La maternità come “ultima tappa”, se e quando tutto il resto è stato messo a posto.
In una logica di causa ed effetto, quello che sta accadendo oggi intorno alla maternità non nasce dal nulla. Per decenni, la cultura dominante ha imposto alle donne un modello rigido: il loro compito principale era “fare figli” e occuparsi della casa, spesso rinunciando a esperienze di studio, lavoro, viaggio, divertimento, autorealizzazione personale. Era una cultura oggettivamente maschilista.


Dal patriarcato al rischio opposto: quando la maternità viene demonizzata
La risposta storica a questo modello è stata, comprensibilmente, la cultura femminista: una spinta necessaria e importante che ha rivendicato il diritto della donna a vivere la propria vita, a scegliere il proprio destino, a non essere definita solo dal ruolo materno.
Ma, in molti casi, anche questo processo ha generato un effetto collaterale: si è finiti, talvolta, per proporre un modello in cui la maternità è percepita quasi come un ostacolo, un limite, qualcosa da rimandare il più possibile o da tenere lontano dalla propria esistenza per poter essere veramente libere, realizzate, “moderne”.
Così, se ieri la maternità era quasi obbligata, oggi rischia di essere quasi demonizzata.
Giovani, dipendenze e ricerca di piaceri artificiali
A questo si aggiunge un altro fattore: lo stile di vita di molti giovani. Una vita spesso poco sana, segnata da:
- dipendenze da alcol, droghe, sesso vissuto in modo compulsivo,
- abuso di cellulari e tecnologia,
- costante ricerca di gratificazioni immediate, di piaceri artificiali e chimici,
che poco hanno a che vedere con un percorso di crescita equilibrata, con il senso del limite, con il sacrificio, con la costruzione paziente di una famiglia e di un futuro condiviso. In una società che smarrisce il valore della famiglia, dell’equilibrio sano, della responsabilità verso sé stessi e verso gli altri, la scelta di una ragazza di vent’anni che decide consapevolmente di diventare madre assume, agli occhi miei e dell’Ideologia della Qualità della Vita, un significato profondamente controcorrente.
La maternità come gesto rivoluzionario di fiducia nella vita
È un gesto rivoluzionario. Innanzitutto perché non nasce dall’obbligo, ma dalla scelta. Rivoluzionario perché non è frutto dell’incoscienza, ma di un diverso modo di intendere la propria vita. Rivoluzionario perché, in un mondo che invita a rimandare tutto, lei decide di dire “sì” alla vita, adesso.
E tutto questo accade in un’epoca storica in cui, paradossalmente, abbiamo un bisogno oggettivo di figli:
per riequilibrare un sistema politico, economico e sociale che sta invecchiando, che si regge su pochi giovani e molti anziani, che fatica a sostenere il welfare, la democrazia, la produttività e persino la tenuta delle comunità locali. La natalità non è solo una statistica demografica: è una variabile strutturale degli equilibri futuri di un Paese. Senza nuove generazioni, il sistema si spegne lentamente.
Da Padre a Ideologo
Da ideologo della Qualità della Vita, ho sentito su di me una doppia responsabilità: quella di padre e quella di studioso.
Come padre, ho visto la fragilità, le paure, le domande: “Ce la farò?”, “Come cambierà la mia vita?”, “Come reagirà la società, il lavoro, il contesto in cui vivo?”. Come studioso, ho riconosciuto in questa scelta un caso concreto di ciò di cui parliamo da anni: la maternità non è un fatto privato, ma un punto strategico dei sistemi di benessere.
Se guardo alla sua scelta con gli occhi dell’Ideologia della Qualità della Vita, vedo molte cose:
- Vedo un atto di fiducia nella vita, in un’epoca che spesso trasmette il messaggio opposto: paura del futuro, sfiducia nel domani, denatalità come sintomo di una società che non crede più in se stessa.
- Vedo la richiesta implicita di un patto sociale nuovo: se una giovane donna sceglie di diventare madre, non dovrebbe essere abbandonata, ma accompagnata da servizi, tutele, comunità.
- Vedo un banco di prova per la politica: il modo in cui trattiamo le madri – soprattutto quelle giovani, non “perfettamente sistemate” – rivela il grado reale di civiltà di un sistema sociale.
La soggetività va oggettivatizzata per essere un esempio per tanti e tante: la vicenda di mia figlia non resta così un fatto privato, ma diventa un caso simbolico, capace di interrogare la collettività e di ispirare scelte e politiche diverse. Per questo, accanto alla riflessione culturale, sento il dovere di avanzare anche una proposta politica concreta, nel segno della dignità e del riconoscimento del lavoro invisibile delle donne, in particolare delle ragazze madri.
La proposta politica: 5 anni di contributi gratuiti per le ragazze madri
Alle ragazze che scelgono di diventare madri, oltre ai necessari sussidi di sostentamento pubblico, proponiamo di dare la possibilità di riscattare gratuitamente 5 anni di contributi previdenziali ai fini pensionistici. Un riconoscimento esplicito del fatto che crescere un figlio, soprattutto in giovane età e in condizioni spesso difficili, è un lavoro a tutti gli effetti: un lavoro di cura, di responsabilità, di presenza costante, che produce benessere non solo per la famiglia, ma per l’intera collettività.
Sarebbe:
- un segno di rispetto per chi non ha scelto la via della fuga o del rinvio indefinito, ma ha deciso di assumersi il peso e la bellezza della maternità;
- un segno di riconoscimento del ruolo sociale fondamentale svolto da queste donne, troppo spesso giudicate e troppo poco sostenute;
- una misura semplice, ma dal grande valore umano, etico e civile, capace di trasformare la retorica sulla famiglia e sulla natalità in un atto concreto di giustizia sociale.
Dalla teoria alla vita: il volto di mia figlia, il futuro che nasce
La maternità di mia figlia è diventata così, per me, una lezione concreta: mi ha ricordato che la Qualità della Vita non è una formula astratta, ma un equilibrio delicato tra tempo, corpo, desideri, relazioni, responsabilità. E che, talvolta, è proprio nelle scelte controcorrente che si misura il coraggio di una generazione.
Se la società saprà rispondere a scelte come la sua con sostegno, servizi, rispetto e con misure concrete come il riconoscimento previdenziale del lavoro di cura, allora questa maternità giovane non sarà un “azzardo”, ma un seme piantato nel futuro.
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